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 Sustinenza - sustinere, nel senso di "consolidare un argine" (Dante Olivieri - Saggio di una illustrazione generale della toponomastica veneta, 1912)

 

 Sustinenza - deriva quasi certamente il suo toponimo da Sustigneza: ossia sostegno, rafforzamento di un argine. Entrambi i centri sono segnalati fin dai secoli più lontani, come dimostra un’antica mappa depositata ai musei Vaticani di Roma. (Alfio Menegazzo)

 

 

 OMONIMIA

L'omonimia con "Sustinenza", poi diventata Sustinente (MN).

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Regno d'Italia

(1805-1814 -Periodo Napoleonico sotto la reggenza di Eugenio Beauharnais)

Dipartimento dell'Adige          Distretto 2°            Cantone 1° di Legnago

Comune di Sustinenza

Quesiti proposti da Governo        Risposta ai proposti quesiti ...

Secondo un censimento napoleonico del Regno d’ Italia: Dipartimento dell’Adige, Distretto II°, Cantone II° di Legnago, Comune di Sustinenza: La principale industria è la raccolta e la vendita dello strame, delle canne e del pesce, per la vicinanza delle Valli; non esistono manifatture e neppure un sarto, un falegname ed un calzolaio; non si tengono ne fiere ne mercati; i grani più coltivati sono specialmente la segala (che a Sustinenza non viene però coltivata), frumento, formentone ed il riso; tutto il territorio è coltivato, eccettuata una porzione di 1.000 campi a Casaleone e 800 campi a Sustinenza, per essere paludosa e valliva; non ci sono capre, ci sono invece 300 pecore a Casaleone e 125 a Sustinenza, 102 vacche a Casaleone contro 48 di Sustinenza, 98 buoi di Casaleone contro 96 di Sustinenza, per i cavalli è in testa Sustinenza con i 18 contro 16 di Casaleone; la popolazione è di 1.300 individui a Casaleone, e di 600 a Sustinenza.

(fonte: Archivio di Stato Lombardo Veneto - Via Senato - Milano)

[alla decima riga, si chiede:] Quante manifatture esistono in questo Comune?

La risposta: Nessuna, e non c'é il falegname... [1806]

 

1806 - Malvezzi Sindaco

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 ...l'occupazione francese

«Forse per la esigua presenza del presidio militare incapace di garantire l'ordine pubblico, sia per via del malcontento per i soprusi e le imposizioni d'ogni sorta che ingenerarono un diffuso rilassamento, avvenne che nel luglio del 1809 vere bande d'ogni risma, cosiddette insurrezionali, qui come altri luoghi della provincia invasero il paese [ndr. Cerea]  facendo suonare le campane a martello [ndr. estremo pericolo"!] minacciando di dar fuoco alle case. Entrate nel palazzo del comune [ndr. di Cerea] commettono i più strani eccessi, lacerano carte, stampe, stemmi, caricano l'archivio con documenti ed atti pubblici sopra un carro, lo trasportano in piazza dove vi appiccano il fuoco. Il podestà Castellani col tramite di persone fidate viene a sapere che quell'armata di cui gli sciagurati si erano dichiarati avanguardia non esisteva affatto. Rinfrancatosi, persuadendo i conterranei a restare in armi, ma tranquilli ed uniti per la difesa della comunità, riesce a intimidire il capo brigante e ad arrestano, mentre i complici, che sembra provenissero da Casaleone, se ne fuggono».

(cfr. Memorie sopra Cerea - Grigoli)

 

«Fame e disperazione, conseguenti all’occupazione francese, in un collage di numerosissime testimonianze d’epoca, si documenta quanto fosse estesa l’insurrezione veneta del 1809. I moti sono caratterizzati dalla partecipazione dei vari ceti: «Non si trattava di gente qualsiasi, di banditi o di delinquenti comuni. Buona parte di essi ricopriva all’interno delle singole comunità un ruolo specifico». La protesta è generale, ispirata dalla penuria alimentare, dal fiscalismo crescente e dal rifiuto della coscrizione obbligatoria, nonché dalla politica religiosa del governo francese. Di fronte al moto insurrezionale gli occupanti reagiscono energicamente e con brutalità ma, nonostante la repressione spietata (cfr. Ettore Beggiato)».

 

 «Si piantarono tribunali speciali a Verona, a Padova, nel Basso Po, che giudicando coll’arbitrio e colla passione, senza regolari processi, fecero a centinaia e centinaia le vittime d’un dispotismo feroce, né si rifuggiva dalla crudeltà fucilando senza misericordia, esponendo i condannati alla berlina e marchiandoli all’uso medioevale col bollo rovente sulla spalla. Le carneficine durarono più mesi e quasi ogni settimana si fucilava qualcuno dei così detti briganti» (Cfr. Carlo Bullo (1834-1920) - Dei movimenti insurrezionali del Veneto sotto il dominio napoleonico e specialmente del brigantaggio politico del 1809, del 1899)».

 

«Un paese della Bassa Veronese, formatosi casa per casa, con le facciate rivolte a mezzodì, per avere dinnanzi il sole, il benefico sole, il benefico sole che essica le biade sull'aia, per avere nella giusta direzione il vento, quando per la pulitura, con la pala si mondano e si agitano nell'aria a ventaglio il frumento e il risone dai semi dorati, il mais dai chicchi color arancione». (Bruno Bresciani)

Aia della corte di Borghesana, proprietà Romanin Jacur, un tempo appartenuta ai Michieli, patrizi veneti.

 

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Residenza di campagna dei conti Serego-Alighieri.

(Buttirone Negrelli, avendo molti beni in Serego, fu detto Serego. Michele di questa casata ebbe nel 1404 le cariche di Sindaco e di Provveditore di Verona. Dette anche celebri medici. Lo stemma patrizio era un cervo rampante d'oro in campo azzurro, con un bastone rosso posto in banda, attraversante sopra esso cervo (Cfr. A. Cartolari - Famiglie Già Ascritte al Nobile Consiglio di Verona - Ed. Forni)

 (Alighieri, discendenti da Cacciaguerra [ndr. ho trovato anche: Cacciaguida] antenato del sommo poeta Dante, il quale cacciato da Firenze dai Guelfi, si ricoverò in Verona sotto la protezione della Casa Scaligera, dove rimasero i suoi posteri - Cfr. Cenni Sopra Varie Famiglie Illustri Veronesi - Tip. P. Libanti)

 

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Palazzo Furlani (Friulani) già di conti di Sanguinetto.

 

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Villa Zanetti - 1937

 

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Tartaro verso valle.

I primi insediamenti preistorici con le palafitte, sono stati ritrovati nelle sue paludi, nelle sue golene, poi nelle valli e nelle radure della sua estesa boscaglia (Silva Hostilia). Da sempre sono allineati allo scorrere del Tartaro ed alle sue divagazioni.

Al margine dell'appezzamento denominato "Segale" , dove vi era una grande tenuta padronale, spiccava su quella facciata, una targa su cui mano ignota aveva scritto:

Il sito è indicato:"Castello" ,e più a sud il "Gorgo" .

Ipotesi etimologiche di Carpania: Carpania - "Carpaneto da i boschi di carpani carpanus betullus"; in latino CARPENTARIUS ->CARPENTUM : carro, cocchio.

CARPERE ->CARPERE ITER: prendere la via, viaggiare

"CARPINE", cioè albero.

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Area archeologica di Carpania (Carpanea)

La redazione RAI di ULISSE, interpellata da me su Carpania,  ha risposta molto cortesemente, affidando il responso al prof. Nicola Cassone, loro consulente. A lui va un particolare ringraziamento.  

Ho appurato che l'esistenza di un'antica "civitas" o "municipium" od altro insediamento romano denominato Carpania non è attestato in nessun modo nelle fonti antiche. Tuttavia il territorio dove viene ubicata dalla tradizione locale è fitto di riferimenti topografici, toponomastici e di ritrovamenti archeologici relativi all'età romana.

Innanzitutto va ricordato che 8 km circa sud est del presunto sito della romana Carpania si trova la cittadina di Ostiglia (MN), questa sì nota dalle fonti storiche antiche (Hostilia) come importante centro viario e porto fluviale sul fiume Po. Qui, come ricorda Tacito nelle sue "Historiae" si concentrarono le truppe del generale Vitelliano Cecina nel 69 d.C., per impedire l'unione delle truppe di Otone, che muovevano dal sud, con le vexillationes della XIV legione, provenienti dal Danubio, mandate in soccorso agli Otoniani da Vespasiano. Hostilia è inoltre rappresentata nella celebre Tabula Peuntingeriana come importante nodo viario: su Hostilia convergeva infatti un'importante strada proveniente dal settore Alpino via Verona (via Claudia Augusta) ed un diverticolo della via Postumia proveniente da Mantova.

                   Una sezione della Tab. Peunt. Dove appaiono i tratti stradali romani che attraversano Hostilia.             

Questi due percorsi, unitisi appunto presso Hostilia, continuavano in direzione sud-est (verso Ravenna) costeggiando la sponda nord del Po. Inoltre è attestata l'esistenza di un collegamento fluviale, lungo il Po tra Hostilia e Ravenna stessa ( "ab Hostilia per padum Ravennam). Interessante notare come la Tab. Peunt. indichi in 33 miglia romane la distanza tra Verona ed Hostilia ("a Verona Hostilia XXXIII Milia Passus"), distanza che è incredibilmente la stessa (48, 80 km.) che separa i due centri seguendo un itinerario pressochè rettifilo.

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                Una immagine da Google Earth, dove si evidenzia la direttrice del tratto stradale romano sepolto.                

Ma vi è di più!!!
Immediatamente a sud della località sede della presunta Carpania, a circa 500 metri, è ben visibile dalla fotografia satellitare un tratto sepolto, lungo circa 2 km, di un percorso viario perfettamente rettifilo che, per esperienza personale, ha tutte le caratteristiche di un percorso viario romano; con incredibile precisione il proseguimento verso sud ovest di questa strada punta direttamente sull'abitato di Ostiglia mente in direzione opposta, verso nord est, con altrettanta incredibile precisione giunge nel centro storico di Montagnana, attestato per me in maniera inequivocabile l'esistenza di un tratto viario romano sconosciuto che collegava Ostiglia con Montagnana, da cui transitava come è noto un importante arteria romana, la Verona-Este (Atheste), quest'ultimo municipum romano ben noto dalle fonti antiche.

Una seconda immagine da Google Earth, dove si evidenzia la depressione del terreno del tratto stradale romano in un ipotetico rettifilo

 che congiunge Ostiglia a Montagnana. La strada sarebbe più verosimilmente in ghiaia e ciottolato schiacciati, non lastricata.

La prossimità del sito della leggendaria Carpania con un asse stradale quasi sicuramente romano, collegante come abbiamo visto le antiche Hostilia ed Ateste, porta a ritenere probabile che nei pressi di Carpania vi fosse un insediamento romano (vicus, mansio, villa) non altrimenti noto, ma che la tradizione locale, attraverso ritrovamenti archeologici avvenuti nel passato, abbia "ingigantito" (fenomeno assai frequente), sino a farla diventare una mitica città scomparsa.

 

Va infine rilevato come nella vicina località di Gazzo Veronese siano conservate, nell'area antistante la locale chiesa parrocchiale, alcune iscrizioni romane, probabilmente funerarie, che sembrano attestare la presenza di un centro di una certa consistenza demografica...

...Ho visitato, la zona di Carpania, dove grazie alla consultazione di una bellissima pubblicazione, L'Alante aerofotografico delle Valli Grandi Veronesi, ho individuato un grande villaggio fortificato dell'Età del Bronzo (circa XII sec. a.C) su cui si è successivamente sviluppato un insediamento romano di una certa consistenza. Questo sito è noto come Castello del Tartaro, ed è stato oggetto di prospezioni scientifiche da parte di archeologi protostorici dell'area veronese (prof. De Guio, prof. Salzani). Questo insediamento, grandioso per la sua estensione e ben visibile perchè costituisce un rilievo artificiale (tipo tell mediorientale) che emerge nella pianura circostante potrebbe aver "suggestionato" in epoca rinascimentale o moderna alcuni cultori locali di storia patria, creando la leggendaria Carpania.


Cortesia del Prof. Nicola Cassone, storico del paesaggio.

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 Le prime frequentazioni umane nelle Valli Grandi Veronesi

[…] La prima colonizzazione umana di questi spazi avvenne nel Neolitico Antico (attorno al 5000 a.C.), ad opera di genti della cultura di Fiorano (dal nome del sito di Fiorano Modenese dove vennero scoperti per la prima volta i materiali più caratteristici di questa cultura), il cui passaggio è dimostrato dai frammenti ceramici recuperati in comune di Gazzo Veronese (loc. Ciaveghin, Ponte Nuovo, Il Cristo); per la prima volta vengono introdotti nella pianura veronese l’agricoltura e l’allevamento. Successivamente, nel Neolitico Medio (tra 5000 e 4000 a.C.) e Recente (4000-3500 a.C.), è attestata con certezza la presenza di gruppi riconducibili rispettivamente alla cultura dei Vasi a Bocca Quadrata e Chassey-Lagozza, sempre nell’area di Gazzo (loc. Ponte Nuovo, Scolo Gelmina, Ronchetrin).

Alla tarda età del Rame e al fenomeno di portata europea del Vaso Campaniforme (2500-2200 a.C. circa) risalgono invece il fondo di capanna scavato in località “Il Cristo” di Gazzo Veronese e altri sporadici materiali frutto di raccolte di superficie, quali punte di freccia e pugnali in selce, provenienti dalle valli di Gazzo, Cerea e Casaleone. Si tratta tuttavia, per queste epoche così antiche, di stanziamenti umani molto esigui e costituiti da gruppi numericamente assai contenuti; un’occupazione massiccia del territorio - frutto di un consistente incremento demografico - e la conseguente prima profonda trasformazione del paesaggio naturale. […] Ma è solo a partire da un momento più evoluto dell’antica età del Bronzo (1900-1700 a.C.) che si assiste ad una diffusione significativa dei siti fino ai bacini fluvio-palustri della bassa pianura, come dimostrano i villaggi palafitticoli di Dossetto di Nogara e di Morandine di Casaleone; tale progressiva colonizzazione è conseguenza del boom demografico registrato dagli abitati più antichi ubicati lungo le rive meridionali del Garda o sulle sponde dei laghetti inframorenici attigui, tale da costringere gruppi di cultura palafitticola ad abbandonare il loro territorio di origine - non più in grado di fornire sostentamento a tutti -, alla ricerca di nuovi spazi adatti alla pratica della cerealicoltura e dell’allevamento.

Nella media età del Bronzo (1700-1350 a.C.) si registra il picco massimo di fondazioni di nuovi piccoli siti nella bassa pianura veronese (comuni di Gazzo, Bovolone, Nogara, ecc.), a conferma del progressivo aumento della popolazione; tali villaggi, sempre localizzati in ambiente umido lungo i bacini fluvio-palustri, si differenziano però dal vecchio modello palafitticolo per una strutturazione più consistente, con lo scavo di fossati perimetrali e, successivamente, con la costruzione di terrapieni, con lo scopo di controllare meglio le oscillazioni stagionali dei livelli idrici. Iniziano inoltre in questo periodo i contatti culturali con la civiltà delle Terramare, diffusa in area emiliana (province di Modena, Reggio Emilia, Parma) a sud del Po.

Con il Bronzo Recente (1350-1150 a.C.) si assiste ad una diminuzione del numero dei siti, di pari passo all’aumento di dimensioni di quelli rimasti o di quelli di nuova fondazione: i nuovi abitati si collocano ora sui terreni asciutti dei dossi fluviali, praticando una violenta deforestazione e specializzandosi nella coltura cerealicola, mentre i siti in ambiente umido, divenuti periferici, si concentrano sull’allevamento, soprattutto bovino. L’organizzazione del territorio si presenta fortemente gerarchizzata con central-places sedi delle elites dominanti e reti di siti satellite da questi dipendenti; il caso più emblematico è rappresentato dal villaggio arginato (dotato cioè sia di fossato esterno che di terrapieno difensivo interno) di Fondo Paviani in comune di Legnago, che con la sua estensione pari a circa 20 ettari (ancora visibile dalle foto aeree), costituisce forse la più grande terramara di tutta la pianura padana; altri abitati coevi di dimensioni ragguardevoli ubicati nelle Valli Grandi Veronesi sono Castello del Tartaro (Cerea) - 14 ettari -, Fabbrica dei Soci e Lovara (Villabartolomea).

[…] Dalla seconda metà del I secolo a.C., i Romani attuarono una profonda riorganizzazione agraria della bassa veronese attraverso il sistema centuriale, ovvero la bonifica e la suddivisione dei terreni in quadrati di circa 720 metri di lato aventi per limiti fossati o assi viari (cardo e decumano) e suddivisi successivamente al loro interno in lotti da assegnare a coloni (popolazioni indigene, cittadini romani o ex-legionari). Talvolta le tracce di queste antiche opere di razionalizzazione agraria sono ancora visibili dalle fotografie aeree. Tra gli agri centuriati o in prossimità di strade/vie di comunicazione sorgevano piccoli nuclei abitativi (vici, municipia) e soprattutto numerose ville rustiche, talora di cospicue dimensioni, ampiamente attestate nelle Valli Grandi (Ronchetrin di Gazzo Veronese, Dosso della Casetta, Franzine Nuove, Fabbrica dei Soci e Venezia Nuova di Villabartolomea, Torretta di Legnago, ecc.), unitamente a sepolcreti e aree di produzione artigianale (laterizi).

Nei comuni di Casaleone, Sanguinetto e Castagnaro sono stati scoperti in passato tesoretti monetali di notevole importanza: si tratta di depositi intenzionali, anche di decina di migliaia di monete, interrati o nascosti in occasione di particolari eventi politico-militari (potevano rappresentare le paghe di una legione o i risparmi di un privato), che rispecchiano la ricchezza e la prosperità di cui era tornata a godere la pianura veronese. Tale situazione si protrasse, con alcuni momenti di crisi, fino al V secolo d.C., con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e l’arrivo degli Ostrogoti, periodo in cui gli insediamenti vallivi vennero definitivamente abbandonati e cessarono le opere di manutenzione idraulica. A questo punto i fertili terreni vennero progressivamente coperti da coltri alluvionali e tornarono ad essere occupati da stagni e paludi per oltre mille anni, fino alle moderne bonifiche operate tra 1855 e 1879.

Le origini della leggenda di Carpanea (Carpania)

A partire dal Rinascimento fino al 1800 sporadici materiali archeologici vennero occasionalmente recuperati nella media e bassa pianura, fino ai margini delle Valli Grandi Veronesi, nei terreni non interessati dall’impaludamento; nella maggior parte dei casi essi andarono a confluire nelle collezioni antiquarie delle famiglie nobili più facoltose di Verona. In questo contesto sostanzialmente acritico nei confronti della preistoria e della classicità, vanno inseriti i racconti della popolazione locale che parlano di tesori nascosti, di battaglie, di sotterranei, di pozzi, ecc. In un saggio del 1856 di alcuni autori (Manganotti - Massalongo - Lenotti - Tonini) pubblicato nelle Memorie dell’Accademia di Agricoltura, Commercio e Arti di Verona si cita l’esempio di Gazzo Veronese dove «antichissima tradizione ci narra nel luogo detto dei Sanguini una battaglia accaduta, nel qual luogo tratto tratto si disseppellirono e lancie, e spade e corazze ed altri arnesi da guerra»; dietro l’aspetto puramente favolistico si celava quindi spesso il ricordo di reali ritrovamenti archeologici.

Le testimonianze scritte più antiche relative al mito della città sepolta di Carpanea sono contenute all’interno di due sonetti, composti nel 1860 dall’abate e patriota risorgimentale veronese Alessandro Bazzani. In uno dei due sonetti l’autore dichiara che la valle fu un tempo fecondissima e addirittura «cosparsa di cittadi e ville»; al di là dell’iperbole poetica che parla di più centri anziché di un’unica grande città sepolta, come nelle versioni successive tardo ottocentesche e novecentesche della leggenda, sembra lecito supporre che

il Bazzani fosse a conoscenza che nel territorio in questione esistessero rovine e resti archeologici, tracce dell’antica frequentazione umana lì avvenuta. A supporto di questa ipotesi, va ricordato che i lavori di bonifica delle Valli Grandi erano cominciati già nel 1855; lo stesso ing. Agostino Zanella, responsabile del progetto, nella sua relazione sulle opere del 1881 scrisse che «le reliquie dei fabbricati; i ruderi de’ romani edifizi; i pavimenti a mosaico; i capitelli e fusti di colonne, i grossi gambi di viti, scoperti alla profondità di metri 1,50 a metri 2,00 presso il Bastion di S. Michele, fra il Tregnon e Boldier, alla Torretta Veneta ed a Castagnaro, provano ad evidenza che in quella località non esisteva la condizione palustre». I primi tre toponimi citati da Zanella (Bastione S. Michele, fossati Tregnone e Boldiera) delimitano un’area grossomodo triangolare al centro della quale è ubicata l’attuale Corte Carpanea (o Carpania); ecco quindi trovata una plausibile base storica al mito di Carpanea.

Non deve stupire che le strutture e i reperti elencati da Zanella siano riferibili unicamente al periodo romano, in quanto da un punto di vista stratigrafico si trattava di evidenze archeologiche più superficiali rispetto a quelle preistoriche, a minor profondità e quindi immediatamente intaccate e portate alla luce durante le operazioni di bonifica o i successivi lavori agricoli (ad esempio arature).

Quanto alle origini del toponimo Carpanea, la sua attestazione più antica risale all’alto medioevo: nel Codice Diplomatico Veronese troviamo un documento del 2 agosto 905 con cui Berengario re d’Italia dona al monastero di S. Zeno (Verona) alcuni beni, tra cui la «silva Carpaneda», posta a nord del Tartaro e «in finibus mantuanensis», al confine cioè con il territorio mantovano. Il bosco quindi doveva estendersi proprio nella zona che ancora oggi conserva il nome di Carpanea; il termine «Carpaneda» deriva evidentemente da un nome di pianta, il carpino, che doveva essere diffuso nella zona in quell’epoca. L’attribuzione di questo nome alla favolosa città sepolta rappresenta la logica conseguenza del fatto che Carpanea era il solo toponimo esistente e conosciuto da tempo immemorabile nella Valle e i contadini, ignorando che esso si riferisse ad un bosco, l’avevano assegnato alla presunta città.

Il mito della città di Carpanea non è quindi privo di un fondamento reale: reali infatti sono i reperti archeologici e un analogo dato di fatto è la persistenza nelle Valli del toponimo Carpanea, inizialmente riferito ad un bosco (lì sviluppatosi in seguito all’abbandono delle ville rustiche romane) e poi (almeno dal XV secolo) ad una corte, per tanti secoli unico luogo di insediamento nella zona, se escludiamo gli apprestamenti militari veneziani posti a difesa dei confini meridionali della Serenissima.

Cortesia del dott. Federico Bonfanti - Conservatore Centro Ambientale Archeologico Museo Civico di Legnago (VR)

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Località Castello, è evidente la cinta del rilievo artificiale

(immagine da Google Earth)

 

 

 

 

 

Planimetria e sezione trasversale del Castello del Tartaro secondo Alessio de Bon (cortesia di Claudia De Fanti)


Mercoledì 8 Ottobre 2008

Continua la campagna di scavi nel castello, nel cuore delle Valli Grandi. La necropoli del Tartaro regala altre sorprese.


Ritrovate altre salme particolari: una donna con l’anello al dito e un uomo sepolto a testa in giù per punizione.
Scoperto anche il confine a nord del «cimitero» dell’età del Bronzo».
L’area potrebbe contenere fino a 5mila tombe: per ora ne sono state portate alla luce quasi 400

La necropoli del castello del Tartaro, immersa nelle Valli Grandi, regala altre sorprese agli archeologi. Tra gli ultimi ritrovamenti della campagna di scavi iniziata alcuni giorni fa c'è la traccia del fossato che delimitava a nord l'area di sepoltura. Si va così via via definendo il perimetro dell'antico cimitero dell'età del bronzo che, secondo Luciano Salzani, il sovrintendente di Verona che dirige gli scavi, potrebbe contenere fino a 5mila scheletri.

Ad oggi ne sono stati dissepolti 370 e tra gli ultimi non sono mancate le sorprese. Uno scheletro, probabilmente di una donna, è stato ritrovato nei giorni scorsi con un anello ancora infilato in un dito della mano destra. «È una cosa che non mi è mai capitata di vedere in tanti anni di lavoro», spiega Salzani. «Di norma gli oggetti venivano posti sul petto, e gli anelli usati in collane ed orecchini. Ed è difficile ritrovarli al dito del defunto o della defunta». Ma quella che assomiglia ad una fede nuziale non è l'unica scoperta anomala: uno scheletro è stato infatti trovato con il volto rivolto verso il terreno, mentre solitamente il cranio del morto veniva girato con lo sguardo ad ovest, verso il tramonto, a simboleggiare la fine della vita. «Potrebbe essere una sorta di punizione», spiega Salzani. «Un trattamento simile veniva usati in certi casi anche nel medioevo».


Gli scavi proseguiranno per tutta questa settimana e termineranno probabilmente alla fine della prossima. Gli archeologi si concentreranno su quella linea di terra scura lunga una decina di metri e larga poche decine di centimetri che potrebbe essere il confine a nord della necropoli cereana. Sotto infatti ci si aspetta di trovare il fossato che conteneva la recinzione: probabilmente una struttura di legno posta a difesa dell'area di sepoltura.
A dare una mano ai tecnici, come da molti anni a questa parte e fino alla fine di questa settimana, ci sono una ventina di studenti del liceo «Da Vinci» di Cerea, volontari coordinati dagli insegnanti che provengono da diverse classi dell'istituto superiore. Oltre all'attività nelle Valli grandi i ragazzi saranno impegnati nuovamente al museo archeologico di Legnago per il microscavo su alcune urne che si accompagnerà ad un laboratorio per la pulizia e la catalogazione dei reperti, all'interno di un progetto di alternanza scuola-lavoro finanziato dalla Regione.
Ieri nell'area di scavo c'era anche l'assessore alla cultura di Cerea Rosetta Salmaso, venuta ad osservare gli studenti della scuola superiore cereana all'opera. Non si esclude infatti che l'istituo possa nei prossimi mesi, trovato un accordo con sovrintendenza e Comune, allestire una mostra a Cerea con alcuni dei reperti ritrovati dai ragazzi e dagli archeologi. Sul posto inoltre c'erano alcuni specializzandi dell'indirizzo di archeologia dell'università di Padova.
Cortesia del dr. Alberto Cogo/www.larena.it

Con particolare ringraziamento al prof. Luciano Salzani


Mercoledì 15 Ottobre 2008

Fonfe: http://www.larena.it/ultima/oggi/provincia/

Cortesia del dr. Alberto Cogo/www.larena.it

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La dr.ssa Denise Modonese, del Museo Castelvecchio di Verona, interpellata da me su Sustinenza e Carpania, ha risposta molto cortesemente, fornendoci un compendio del suo libro circa le vicende del ripostiglio e delle monete ritrovate. A lei va un particolare ringraziamento.

Tesoretti e gruzzoli di monete ritrovate

Lungo l'argine del Cavariolo, fiancheggiante il corso del Tartaro, sono due i recipienti rinvenuti, il primo nel 1888, il secondo nel 1901,  sempre sul fondo dei Romanin Jacur, in due anfore a nove metri di distanza l'una dall'altra, comprendevano in tutto 2145 monete comprese in un arco temporale che va dal 206 a.C. al 50 a.C.: 728 denari, 1415 quinari, 2 assi.

Il RIPOSTIGLIO DI SUSTINENZA

Contributo della d.ssa Denise Modonese

Il rinvenimento

Il 24 febbraio del 1888 a Sustinenza, frazione del comune di Casaleone, “nel latifondo denominato Borghesana, di proprietà di Emanuele Romanin Jacur e fratelli di Padova, e precisamente nel punto detto Argine del Cavriol, che credesi antica strada romana”...”Alcuni lavoratori trovarono a poca profondità, non seppi quale, una pentola o vaso a cono rovescio ed a bocca larga, di argilla nerastra di assai rozzo impasto e cotta a fuoco libero, la quale conteneva una quantità di monete d'argento familiari romane (denari e quinari)".

 

Le monete furono divise fra i rinvenitori, ma Giovanni Battista Bertoli, medico oculista di Casaleone, come nel 1877 per il ripostiglio della Venera (ndr. altro ritrovamento simile), si adoprò perché il tesoretto non andasse disperso, riacquistò 518 monete, mentre Emanuele Romanin Jacur ne recuperò 740.

A quanto riferisce Stefano de Stefani, ispettore ministeriale, 32 monete (nove denari e 23 quinari) e altre 70 rimasero nelle mani di persone che non vollero né consegnarle, né prestarle per essere studiate. Nel novembre del 1888 le monete recuperate furono donate dai fratelli Romanin Jacur e da Giovanni Battista Bertoli al Museo Civico di Verona. La catalogazione del ripostiglio avrebbe dovuto essere affidata a Luigi Adriano Milani, che tuttavia non potè far fronte all’impegno fino al novembre del 1892, se, a quella data, dopo aver cercato negli armadi del Medagliere il ripostiglio, scrive a Giorgio Bolognini, incaricato dell’ordinamento del Medagliere veronese, di rivolgersi alla famiglia de’ Stefani “e di chiedere, col debito riguardo, di fare ricerca se per avventura quelle monete non si trovassero fra le carte e le cose lasciate dal compianto cav. Stefano de’ Stefani”. Alla risposta negativa di Pietro de’ Stefani, Bolognini scrive a Milani che “non esclude la possibilità di ritrovarle nel Museo stesso dove regna tuttora un gran disordine”. Infatti nel 1904 lo studioso tedesco Heinrich Willers di Bonn potè esaminare le monete di Sustinenza ed eseguirne 15 calchi in ceralacca, ma non “la deuxième trouvaille de Sustinenza”, non in possesso dei Musei Civici.

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Il luogo del ritrovamento

Nella località detta Bastione di S. Michele, in frazione di Sustinenza, comune di Casaleone, a sud di questo paese ed alla distanza di 9 chilometri da esso, sulla riva sinistra del fiume Tartaro, il giorno 20 aprile 1901, due lavoranti... nella vasta tenuta dei Signori Romanin Jacur, detta la Borghesana”, in seguito ad uno scavo compiuto nel luogo dove avevano rinvenuto alcune monete d’argento a fior di terra, trovarono un vaso di terracotta pieno di monete,"nella scarpa di un rialzo di terra conosciuto con il nome di Argine del Cavriol”. Ghirardini recatosi sul luogo il 18 maggio, valutò che le monete ritrovate costituivano la maggior parte del ripostiglio, cioè le 1032 monete consegnate a Luigi Rizzoli junior, che con l’autorizzazione dei Signori Romanin Jacur, procedette alla loro catalogazione, prima di riconsegnarle ai proprietari.

Compiuta nel 1996 la catalogazione del ripostiglio di Sustinenza di 1122 monete (60 denari e 1062 quinari) e partendo dal presupposto, a suo tempo espresso da Ghirardini e sostenuto da Gorini che il cosiddetto ripostiglio di Sustinenza del 1888 e quello di Casaleone del 1901 facessero parte del medesimo rinvenimento, il che sarebbe avvalorato dall’identità dei tipi presenti nei due ripostigli, sono state fatte ricerche presso i Signori Romanin Jacur di Padova.

Il ripostiglio di Sustinenza/Casaleone, che, superate le traversie di quasi un secolo era conservato presso la famiglia in un apposito medagliere ed in discrete condizioni di conservazione, è stato gentilmente prestato dai proprietari ai Musei Civici di Verona per un paio d’anni per compiere la catalogazione ed eseguire la campagna fotografica. (La copertina della Domenica del Corriere: La scoperta del tesoro fatta a caso da alcuni contadini a Casaleone nel Basso Agro Veronese - Illustrazione di Achille Beltrame)

La data d’interramento

Per quanto riguarda le modalità d’interramento dell’intero ripostiglio, da collocare al 50 a.C., si può presupporre che il proprietario del fondo, arruolatosi per partecipare alle guerre civili di quegli anni, non vi abbia più fatto ritorno. Recenti indagini geomorfologiche, unite a rilevamenti aerofotogrammetrici e topografici hanno interessato le Grandi Valli Veronesi e in particolare il rilevamento della centuriazione di epoca romana di Castello del Tartaro-Sanguinetto-Cerea. La località Borghesana, sito del rinvenimento delle due anfore contenenti le monete del ripostiglio, si stende per circa due chilometri lungo l’argine del Cavariolo, che parte dal Bastione di S. Michele, ed è tuttora ben identificabile sul terreno, anche se è stato in parte livellato, e ancora percorribile lungo la carreggiata.

 

La donazione dei fratelli Romanin Jacur ai Musei Civici di Verona

Nel dicembre del 2003 il ripostiglio di Casaleone è stato donato dai fratelli Romanin Jacur ai Musei d’Arte e Monumenti di Verona ed è conservato al Museo di Castelvecchio.

Dal 2 dicembre 2003 all’11 gennaio 2004 nella Sala della Reggia al Museo di Castelvecchio si è tenuta l’esposizione: Roma e il denario repubblicano. Culto e storia attraverso le monete del tesoretto di Casaleone-Sustinenza.

Dal 15 aprile al 30 aprile 2004 l’esposizione si è tenuta nel Comune di Casaleone nella Sala Civica.

 

Cortesia della dr.ssa Denise Modonesi

Altre fonti bibliografiche:

 Cfr.:Schede ripostigli - Rosa Maria Nicoli e Ritrovamenti monetali di età romana nel Veneto. Provincia di Verona: Casaleone /Sustinenza - Denise Modonesi - Ed. Esedra).

Sustinenza 1854 (Cfr. Calzolari 1986, p. 126-127): Il gruzzolo è stato trovato nella Valle di Poletto, ad Ovest di Ostiglia ed era costituito, sembra da ca. 600 tra denari e quinari. Di questi tra 19 e 87 vennero comprati dal museo Provinciale di Mantova, il resto da privati. Il gruzzolo si chiude in età augustea.

Sustinenza 1888 (Cfr. NSc 1889, pp. 55-56): In località Borghesana, di proprietà di E. Romanin Jacur, nel 1888 è stato riportato alla luce un gruzzolo contenuto entro un vaso da fuoco e subito disperso. Il  Crawford ritiene che fosse costituito da ca. 1.258 pezzi, mentre negli anni della scoperta se ne individuarono ca. 740 e furono in parte donati al Museo Civico di Verona. Attualmente si conoscono 332 quinari e 63 denari. Il Crawford pone come data di chiusura il 56 a.C. Secondo Gorini 1973, p. 507, questo gruzzolo e il successivo erano parte di un unico interramento.

Sustinenza 1901, NSc 1901, pp. 290-292; Il gruzzolo è stato trovato in località Bastione di San Michele, nel fondo Romanin-Jacur, un’area interessata da diversi ritrovamenti. Sono stati i contadini del fondo a fare la scoperta e, dopo aver scavato l’intero gruzzolo contenuto in un vaso di terracotta, lo hanno consegnato ai proprietari. Le monete erano 1.040, tra cui, oltre ai denari un’asse e 317 quinari. L’emissione più recente è il denario del 51 a.C.

 

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Dal Verme, famiglia di condottieri

I Dal Verme, sono un'illustre famiglia di condottieri e feudatari, originaria di Verona e stabilitasi poi a Milano, Piacenza, Bobbio e Voghera. Cfr. Casaleone - Bruno Bresci – ed. Vita Veronese.

Nei secoli XII-XIII, il nostro feudo è dei conti Sanbonifacio, poi dei Rangoni e, nel 1400, addì 19 agosto, Nicola  dei Rangoni vende a Giacomo Dal Verme [il cui territorio risentì spesso dei danni causati dalle innondazioni provocate dalla rottura degli argini del Menago], l’appezzamento comprende la contrada: Dalvermo (Pranovi) di Macaccari. E’ anche noto che il famoso capitano ebbe un figlio naturale da una contadina di Sustinenza.

Il castello di Sanguinetto, eretto dagli Scaligeri, nel 1376 fu ceduto da Antonio e Bartolomeo Della Scala al nobile veronese Jacopo Dal Verme. Venceslao imperatore, conferma a Jacopo la concessione di Sanguinetto, Sustinenza e Poviglio, e le concessioni fatte da Gian Galeazzo Visconti; 1378-1383).

LUIGI DAL VERME  (Alvise dal Verme), condottiero nella compagnia di Muzio Attendolo Sforza (padre di Francesco Sforza) e figlio di Jacopo, è creato dall’imperatore conte di Sanguinetto con Sustinenza, Casalannone di Campalana, Castagnana, Villabona, Caprile, Spilemberto, Cogosso e Nitasio.

Nel 1452 la fortificazione venne confiscata ai discendenti Dal Verme e ceduta al Capitano della Serenissima, Gentile Della Lionessa.

Verme: ...perchè è sopra tutto, e ... l'ultimo a morire.

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Sustignenza - da una cartografia del 1500 (Dalla Galleria delle mappe dei Musei Vaticani).

 

 

 

Villa (-ggio) Casalavon nel 1571

 

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Sull'obelisco: MDCCCXLII - 1842

 

Nel 1837 venne imposto con un’ordinanza, del Lombardo-Veneto, l’eliminazione dei cimiteri intorno alle chiese, nel 1842 (mancano sei anni alla prima guerra d’indipendenza), sorge l'attuale cimitero.

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Nell'ottobre 1838 vi fu una delle più disastrose inondazioni del Po che recò ad Ostiglia gravissimi danni. Un grave terremoto fu avvertito il 15 ottobre 1841 epicentro Sanguinetto (fonte: Istituto Nazionale Geofisica e Vulcanologia). Nel settembre 1882 terribili inondazioni devastarono molte tra le nostre terre, l'Adige invase Verona.

 

Dopo la sconfitta austriaca nelle "Cinque giornate di Milano"  e la ritirata la sera 22 marzo 1848, verso lo storico "Quadrilatero", tra Verona, Legnago, Mantova e Peschiera, la piazzaforte in cui l'esercito Austriaco si riparò in attesa dei rinforzi per la controffensiva, vede il nostro lato quello sud: Mantova-Legnago, coperto da tre naturali linee di difesa la prima è la barriera costituita dalle paludi da poi dal Tartaro ed infine dal Po. Il lato ad est: Legnago-Verona era parallelo all'Adige, ed in più a Verona arriva la strada del Brennero, e quindi rinforzi rapidi dell'esercito Austriaco. Ed infatti, attraverso il Brennero furono inviati in aiuto a Radetzky 20.000 uomini.

 

Gli Austriaci vogliono contrattaccare, ma appena usciti da Mantova, si trovarono la strada sbarrata presso Curtatone e Montanara dai volontari toscani, tra cui molti studenti delle università di Siena e di Pisa, i quali si fecero quasi tutti massacrare, pur di impedire al nemico di raggiungere il suo scopo. Carlo Alberto ebbe così il tempo necessario per rovesciare il fronte e per dirigersi verso Mantova e battere gli Austriaci presso Goito. Era il 30 maggio del '48: la sera dello stesso giorno giungeva al campo piemontese la notizia della caduta della fortezza di Peschiera. A causa della eccessiva lentezza dimostrata nella condotta delle operazioni da parte dei generali piemontesi di Carlo Alberto, preoccupati per la scarsezza dei rifornimenti e degli aiuti inviati dai governi provvisori delle città liberate, ma anche dalle polemiche politiche, fra il 25 e il 27 luglio’48, nei pressi di Custoza, Carlo Alberto fu gravemente sconfitto e costretto a chiedere l'armistizio (9 agosto 1848): in base ad esso l'esercito piemontese, in attesa di un regolare trattato di pace, si sarebbe ritirato oltre il Ticino entro i vecchi confini, abbandonando il Lombardo-Veneto all'Austria.

 

Tornano a Milano gli Austriaci del feldmaresciallo Radetzky (cacciati dalle eroiche 5 Giornate). La popolarità di Carlo Alberto è bassissima; è accusato di aver abbandonato Milano agli Austriaci senza combattere e di avere avuto un atteggiamento antipopolare. Carlo Alberto, temendo di essere travolto da iniziative di democratici e repubblicane decise di riprendere le armi il 12 marzo 1849, approfittando delle difficoltà dell'Austria impegnata a soffocare la rivolta ungherese.

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La Piazza della chiesa parrocchiale San Biagio, tutta Via Ghiacciaia,... siamo nel 1817, si possono riconoscere la chiesa sulla via comunale,

la Villa comunemente chiamata ora "Rossato"...la Ghiacciaia...

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Senza attendere di essere attaccati, gli Austriaci attraversarono il Ticino e sorpresero l’esercito piemontese, alle spalle presso Novara, sconfiggendolo pesantemente. Carlo Alberto, abdicava in favore del figlio Vittorio Emanuele. Il 24 marzo 1849 il nuovo re Vittorio Emanuele II firmava l'armistizio di Vignale, molto pesante dal punto di vista finanziario, ma che lasciava intatti i confini territoriali.

Dall'inizio del 1859 il governo piemontese (che si era segretamente alleato, tramite Cavour, con la Francia e Napoleone III) adottò un comportamento smaccatamente provocatorio nei confronti dell'Impero Austriaco, operando una politica di forte riarmo, e quindi, contravvenendo agli impegni assunti nel trattato di pace del 6 agosto 1849. Condizione necessaria dell'accordo franco-sardo, infatti, era che fosse l'Austria a dichiarare guerra.

In previsione degli eventi, erano tornati in Italia Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi: a quest'ultimo fu affidato il compito di organizzare un corpo di volontari, i Cacciatori delle Alpi, consentendo l'arruolamento di fuoriusciti dal Lombardo-Veneto sotto il dominio dell'Impero Austriaco.

Il 30 aprile 1859 l'Austria dichiarò guerra al Regno di Sardegna: la Francia alleata, non senza resistenze interne, decise d’intervenire a difendere il Piemonte.

Già il 29 aprile l'esercito austriaco di Gyulai attraversò il Ticino nei pressi di Pavia ed invase il territorio piemontese, il 30 occupò Novara, Mortara e, più a nord, Gozzano, il 2 maggio Vercelli, il 7 Biella. L'azione non veniva ostacolata dall'esercito piemontese, accampato a sud fra Alessandria, Valenza e Casale. Gli austriaci arrivarono sino a 50 km da Torino.

 

A questo punto, tuttavia, Gyulai invertì ordine di marcia e si ritirò oltre il Sesia e poi verso la Lombardia: un ordine espresso da Vienna, infatti, gli aveva suggerito che "il miglior teatro di operazioni è il Mincio", lì dove gli Austriaci avevano, appena 11 anni prima, domato l'avanzata piemontese e salvato i propri domini in Italia. Così facendo, tuttavia, gli austriaci rinunciavano a battere separatamente piemontesi e francesi, e consentivano il ricongiungimento dei due eserciti. Il comando austriaco, inoltre, operava una totale inversione strategica, che difficilmente può essere spiegata senza ipotizzare una certa confusione. Certamente non ne fu responsabile Gyulai, al quale, semmai, può essere rimproverata una certa debolezza nell'azione.

Con il grosso dell'esercito rientrato al di qua del Ticino e del Po, il 20 maggio 1859 Gyulai comandò una grande ricognizione a sud di Pavia. Essa venne fermata a Montebello (20-21 maggio) dai francesi del generale Forey, futuro maresciallo di Francia, con l'intervento determinante della cavalleria sarda del colonnello Morelli di Popolo. Il 30 ed il 31 maggio i piemontesi di Enrico Cialdini e di Giacomo Durando riportarono una brillante vittoria alla Battaglia di Palestro. Un contrattacco fu affidato al terzo reggimento degli zuavi del colonnello de Chabron, al quale prese parte lo stesso re Vittorio Emanuele II di Savoia, che fu gratificato del titolo di caporale degli zuavi.

Il grosso delle forze franco-piemontesi si appresta ai primi di giugno a passare il Ticino a Turbigo e a Magenta, puntando da lì verso Milano, mentre gli austriaci attendono l´attacco molto più a sud, in Lomellina. Accortosi troppo tardi del tranello, Gyulai retrocede, ordinando di far saltare il grande ponte napoleonico sul Ticino tra Magenta e Trecate. L´operazione non ha successo. A Magenta si combatte così il 4 giugno 1859 una grande battaglia campale tra l´esercito austriaco, forte di 58.000 uomini, con 176 pezzi, e l´armata franco-piemontese, con 59.100 uomini e 91 pezzi al comando di Napoleone III.

Il 5 giugno l'esercito austriaco sconfitto sgombrava Milano, dove entrava il 7 giugno Mac-Mahon (preceduto dalle truppe algerine dei Turcos), per preparare l'8 giugno l'ingresso trionfale di Napoleone III e di Vittorio Emanuele attraverso l'arco della Pace e la piazza d'armi (oggi Parco Sempione), dove era schierata la Guardia imperiale, fra le acclamazioni della popolazione. Il 9 giugno il consiglio comunale di Milano votò per acclamazione un indirizzo che, ribadendo la validità del plebiscito del 1848, sanciva l’annessione della Lombardia al Regno di Vittorio Emanuele II.


Casaleone, nel 1867 è distretto di Sanguinetto, comprende la frazione di Sustinenza, ed ha una popolazione di 2449 abitanti. Il suo territorio produce in gran copia riso e cereali, che costituiscono la maggiore ricchezza di quegli abitanti, che ne fanno attivo commercio specialmente nei mercati settimanali e nelle fiere annuali a Sanguinetto (Ogni mercoledì vi si tiene mercato ed una fiera molto frequentemente nel lunedì dopo la seconda domenica di ottobre) (a Cerea i mercati al lunedì e fiera annua al lunedì successivo la prima domenica di luglio).

Il capoluogo è una borgata posta presso le Grandi Valli Veronesi fra il fiume Tartaro e l’Adige, alla distanza di 38 chilometri a mezzodì da Verona. Anche per Sustinenza e Maccacarri (è scritto così) l’ufficio postale è a Sanguinetto.

Il suo territorio si stende in pianura, e gode in buona parte del beneficio dell’organizzazione, il suolo è ferace; l’agricoltura è attiva e discretamente informata ai principi della scienza agraria. Si fanno copiose raccolte di cereali: vi prosperano mirabilmente le viti, i gelsi (ed i bachi da seta) ed alberi fruttiferi di varie speci. Pingui sono i luoghi di pastura e permettono di allevare in notevole copia il bestiame.

Abbonda l’acqua potabile, e ve ne ha di eccellente qualità. Si respira, meno alcune località, in cui l’acqua rimane alquanto stagnante, un’aria discretamente salubre.


 

Il 1884, è l'anno del colera che attraversa l'Italia da Nord a Sud. Verrà isolato il vibrione e scoperto che è l'acqua il suo vettore.

 La situazione economica degli ultimi quindici anni del secolo e l’inizio del 900 furono drammatici: la condizione di fame e miseria era generalizzata; costringe alle prime emigrazioni 700 veronesi, che diventeranno nel 1889 oltre 16.000; nel 1914 più di 67-mila veronesi varcheranno la frontiera.

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Società Operaia di Mutuo Soccorso

Fondata nel 1884

...assicurare ai soci un sussidio, nei casi di malattia, d'impotenza al lavoro o di vecchiaia; venire in aiuto dei soci defunti...

..."Fine della compagnia è di soccorrere le famiglie della classe operaia, non solamente per sollevare le infermità corporali, ma per rendere anche morigerati i membri, e solleciti nell’adempimento dei loro doveri verso Dio ed il prossimo.”...

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Saluti ed auguri da Sustinenza

Cartolina Postale Ricordo della Festa di Casaleone del 25 ottobre 1908

-A BENEFICIO DELL'ASILO INFANTILE DI CASALEONE-

"Umberto di Savoia Principe del Piemonte"

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Sustinenza anni '50/'60

 

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Sustinenza: Aprile 1945

Prof. Angelo Scappini

 [...] La prima bomba scoppiò, inattesa. nelle prime ore della sera lunedì 23 aprile. I cannoni americani che sparavano erano ancora situati a destra del Po, in una località posta tra Poggio Rusco e Villa Poma. L’obiettivo era la villa del Dott. Zanetti, sede del comando tedesco. L’ordigno cadde invece nella parte sud-ovest del paese, in un campo sul quale non sorgevano ancora abitazioni. Tutti i residenti nella zona si precipitarono fuori dalle case per rendersi conto dell’accaduto: fu allora che una seconda bomba, scoppiata nella via principale all’altezza dell’attuale numero civico 94, vicinissima a uno di quei vespasiani che allora punteggiavano le vie dei centri abitati, provocò la disgrazia maggiore. Quando si dissolse la polvere provocata dall’esplosione e dagli urti delle schegge, una decina di persone non davano segno di potersi alzare da sole. Nella situazione di panico e di estremo scompiglio, il parroco Don Girolamo e il curato Don Danilo si prodigarono immediatamente - incuranti di sé - per portare i primi, necessari soccorsi.

 

Achille Galante, 43 anni, di professione sarto, manifestava una condizione gravissima: agonizzante fu portato dai familiari nel sottoscala di casa, dove morì poco tempo più tardi. Tra gl’altri feriti, il piccolo Enzo Rossetti, che avrebbe compiuto 11 anni il 16 ottobre, presentava le lesioni più preoccupanti. Fu colpito al ventre mentre si trovava accanto alla mamma Pierina, pure ferita al petto. Fu portato da Don Danilo nello stanzino del campanile, in attesa dell’arrivo ( non facile ne immediato sotto le bombe che continuavano a cadere) del medico condotto, Dottor Igino Corradi. Non sopravvisse. Lo ricordano come un ragazzino vivacissimo, spesso bersaglio di rimproveri per le sue marachelle. All’atto del funerale, fu deposto nella bara con il grembiule nero della scuola elementare e, nella tasca, I’inseparabile fionda.

 

Mentre gl’illesi cercavano rifugio, frastornati, anche nelle fossette dei campi, i feriti venivano portati nelle loro case. Severino Pozzani, colpito al labbro, fu visto correre senza pausa e senza meta, lo ritrovarono la mattina seguente, più che mai confuso, in via Stradanuova, presso la casa della famiglia Sbizzera. La signora Nella Soffiati, fu trasportata a peso nel sottoscala della sua abitazione. Lei stessa ricorda le preoccupazioni di chi la circondava ed il proprio rifiuto a chi proponeva di chiamare il prete: avvertiva di essere in condizioni non tanto gravi da giustificare l’Estrema Unzione.

 

   Mentre “Pierino” lasciava cadere i bengala per illuminare il terreno, il bombardamento proseguì fino alle ore 5,30 del 24 aprile. Si contarono in tutto 56 colpi di cannone. A piccoli gruppi i tedeschi che da circa due anni risiedevano in paese presero la via della fuga. I radiotelegrafisti scapparono dalla casa di Guido Malvezzi verso la mezzanotte. Le distruzioni materiali causate nella parte sud di Sustinenza furono notevoli. Alcune case andarono completamente distrutte. La chiesa fu ripetutamente colpita e abbattuta dal portale d’ingresso fino al presbiterio. Don Girolamo si salvò dal crollo delle macerie perché venne a trovarsi sotto il solido stipite della porta che dalla sacrestia che conduce nel coro.

 

La parte superiore del campanile porta ancora oggi, visibili, i segni delle granate. Per la celebrazione delle Sante Messe domenicali sarebbe stata presto allestita una cappella nel teatro dell’Asilo di via Piave; i riti quotidiani continuarono ad essere officiati nell’oratorio, non danneggiato accanto alla chiesa da ricostruire. Scampato il pericolo del bombardamento mentre il parroco chiamava a raccolta le persone in valide condizioni per i lavori che richiedevano un intervento immediato, la signora Nella era caricata sul carretto del molinaro Mazzoni. [...]

 

Nella giornata del 24 la situazione sembrava tranquilla. Anche persone delle località circostanti venivano in paese per vedere i danni causati dal bombardamento. Un anziano signore del luogo, aggirandosi con fare irrequieto tra le rovine, muoveva di continuo in senso orizzontale la visiera del berretto che gli calava sulla fronte e ripeteva: “Lo disea mi che i morti i sta mejo de noantri!” (“Lo dicevo io che i morti stanno meglio di noi !”). Nel pomeriggio ancora due bombe caddero vicino alla strada che da Pralungo porta ai Bonzanini, provocando una nuova fuga precipitosa verso i rifugi. L’episodio rimase tuttavia isolato.

 

Alle ore 11 di mercoledì 25 aprile, preceduti poco prima da una jeep in avanscoperta che comunicava via radio con il grosso delle truppe, fecero il loro ingresso in Sustinenza gli Americani. Non incontrarono alcuna resistenza ( i tedeschi erano ormai tutti scappati, ma solo l’accoglienza dei paesani, numerosi ai lati della strada mentre passava l’esercito dei liberatori. Il passaggio dei primi automezzi non fu agevole a causa di una buca piuttosto profonda scavata dagli scoppi della notte tra il 23 e il 24 un centinaio di metri dopo la curva che immette nella via principale. Gli americani chiedevano e accettavano uova; i bambini ai lati della strada ricevettero qualche pezzo di cioccolato, lanciato dai carri armati. Solo un ragazzo, che mostrava con fierezza una pistola - recuperata chissà dove - pendergli da un attacco accomodato alla cintura, fu chiamato vicino da un robusto soldato americano di colore e colpito con uno scappellotto che lo fece ruzzolare per terra.

Mappa della gittata Poggio Russo/Villa Poma - Sustinenza

 

Villa Zanetti - Sede del comando tedesco

L’avventura della guerra che insanguinò l’ltalia si concluse nel Veneto: Padova fu liberata il 27, Venezia affrontò il presidio tedesco il 28, Trieste fu libera il 30 e nello stesso giorno insorse Belluno; nella Carnia si combatté fino al 7 maggio.

 

Sustinenza ricorda i suoi combattenti caduti: Rodegher Germano (sergente), Garofolo Armando (soldato), Piazza Ferdinando, Tosato Arturo, Vecchini Letterino, Vecchini Romeo, Visentini Gino; e i suoi militari dei quali da paesi dell’Est europeo non è più pervenuta notizia: Galvetto Aldo, Marchesini Aldo, Martini Giovanni, Perazzini Marino, Pozzani Maggiorino, Perezzani Vittorino, Sbizzera Angiolino[...].

 

Cortesia del prof.  Angelo Scappini 

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La sorte dei caduti di Sustinenza, dispersi in Russia.

 

 

27 aprile 2011 - Quando il mio giovane zio soldato, non dette più notizie dalla Russia, e quando anche il tempo trascorso senza vedere il suo ritorno suggeriva di cedere all’evidenza della sua perdita, mia nonna ha suggerito a mia madre di dare a me, che nascevo nel 1952, un po’ della Sua continuità: è così che io mi chiamo come lui Aldo Marchesini, ed il mio nome e cognome sono scritti sulla pietra del monumento in piazza, a Sustinenza; iniziano lì le mie personali radici.

 

In famiglia, sono stati innumerevoli nel tempo i tentativi, anche attraverso la Croce Rossa Internazionale, di ottenere notizie sulla sorte di questo mio zio omonimo, di lui non c’era nemmeno la certezza della sua morte. Il refren era sempre lo stesso: «… la Russia non dà informazioni sui suoi prigionieri ».

 

Oggi, il mio nuovo tentativo, con internet, incredibilmente ha aperto l’elenco giusto. Non sembrerebbe neanche una notizia se non fosse che la data della sua morte è l’unica notizia dopo 68anni:

 http://www.difesa.it/Templates/OnorCaduti.aspx?NRMODE=Published&NRNODEGUID=%7b0C9F25D3-8C22-4ED3-A411-D16208C3C01C%7d&NRORIGINALURL=%2fMinistro%2fCommissariato%2bGenerale%2bper%2ble%2bOnoranze%2bai%2bCaduti%2bin%2bGuerra%2fRicerca_sepolture%2ehtm&NRCACHEHINT=Guest

 

Ho trovato anche gli altri nostri dispersi:

 

Nome: Galvetto Aldo. Data di nascita: 14/6/1914. Luogo di nascita: Casaleone. Luogo della sepoltura sconosciuto data decesso 15/12/1942.

Nome: Marchesini Aldo. Data di nascita: 4/6/1915. Luogo di nascita: Casaleone. Luogo della sepoltura sconosciuto data decesso 13/12/1942.

             Martini Giovanni  --

Nome: Perazzini Marino. Data di nascita: 16/11/1917. Luogo di nascita: Casaleone. Luogo della sepoltura sconosciuto data decesso  6/4/1943.

Nome: Pozzani Maggiorino. Data di nascita: 6/6/1920. Luogo di nascita: Casaleone. Luogo della sepoltura sconosciuto data decesso 19/12/1942.

Nome: Perezzani Vittorino. Data di nascita: 14/6/1919. Luogo di nascita: Casaleone. Luogo della sepoltura sconosciuto data decesso 12/12/1942.

Nome: Sbizzera Angiolino. Data di nascita: 11/7/1921. Luogo di nascita: Casaleone. Luogo della sepoltura sconosciuto data decesso 8/9/1943.

 

Mio zio Aldo Marchesini (nella foto il primo in alto a sx), è morto a 27anni, il giorno di Santa Lucia, si noti che altri sono morti i giorni 12, 15, 19 dicembre, una concomitanza che fa pensare ad un cruentissimo epilogo, non solo dell’inverno con il freddo impossibile da sopportare, ma anche per la fase decisiva, che cambiò le sorti della guerra. Scattò infatti, il 12 dicembre del 1942, sulla linea del fiume Don, la controffensiva dei russi ed un attacco che dopo quattro giorni di battaglie furibonde costrinse i nostri, insieme agli alleati, ad una ritirata disperata.

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Quando ho dato la notizia a mia zio Vittorio -suo fratello-, ora ottantenne, mi ha raccontato concitato, per questo risveglio del ricordo inatteso, che rivede perfettamente quando insieme al padre (mio nonno Amos), lui bambino seduto sulla canna della bicicletta, quando di primo mattino lo accompagnarono alla stazione di Cerea, ma appena ha tratteggiato le sue reminiscenze si è commosso.  

A.M.

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Giorno della Memoria

PER LA MEMORIA, PER I RAGAZZI.

Sustinenza – Fullen:

Campo della morte dal 23 settembre 1943 al 29 giugno 1945.

 

Mio padre non mangiava patate.

Non mi ero mai accorto di questo “vezzo”. Non le gradiva in nessuna maniera.

Lo notai solo da ragazzo cresciuto, e cioè quando diventai più attento agli altri, e meno alle patate da spartire.

Come può esistere qualcuno -come mio padre-, per giunta con origini contadine, non interessato alla sua parte di patatine fritte.

Se prima, pensavo: “…tanto meglio, me le mangio io!”, adesso diventato più grande, mi serviva una spiegazione.

 

Un giorno, a tavola, mentre raccontava le solite cose sulla sua vita e sulla guerra, ripetute tante altre volte, ogni volta come se non le sapessimo già, anziché scostare i suoi racconti, come sempre io avevo fatto, è riuscito a cogliere la mia attenzione profonda. Guardavo il suo sforzo di non traccheggiare e non usare le lacrime trattenendole in bilico, non voleva pietire, ma farci arrivare la spiegazione. Soffocando la commozione ci raccontava come per lui le patate si traducessero “kartoffeln”; ma non solo.

 

Tutto parte l’8 settembre 1943, quando la radio italiana divulga il messaggio del capo del governo, maresciallo Badoglio, col quale comunicava che l’Italia ha chiesto l’armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate. Nel giro di poche ore il dramma della guerra si trasforma in tragedia. Il peggio toccò immediatamente a centinaia di migliaia di soldati abbandonati a se stessi, infatti, il re, i ministri ed i generali, si sono messi in fuga dalla capitale portandosi al sicuro verso Pescara e Brindisi.

 

Mio papà e altri 260 mila soldati come lui, dislocati in Grecia e nelle isole dell’Egeo, vengono disarmati dai soldati tedeschi, e deportati in Germania. Una specie di “fortuna”, già, perché se si fossero venuti a trovare qualche isola più in là, a Cefalonia (l’isola più grande della Grecia), a scegliere di lottare contro i tedeschi, la conseguenza li avrebbe uniti ai 9.646 eroici soldati morti, uccisi per vendetta dalla ferocia nazista che ha visto nell’armistizio il fallimento di un patto con gli italiani.

 

La sorte, per mio padre Angelo, poco più che trentenne con due bambini piccoli che lo aspettavano a casa, alla Bassa di Sustinenza, e per i suoi commilitoni, è stata di finire stivati in carri bestiame e poi ammassati nelle baracche di un lager tedesco: il campo Fullen. Poco noto, Fullen era situato in una torbiera umida e paludosa, a Meppen nella Bassa Sassonia, a poche decine di chilometri dal confine con l’Olanda. Non era un campo di sterminio (i prigionieri di guerra non dovevano essere eliminati come gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali e i Testimoni di Geova), ma di fatto, Fullen, era passato da un grande “Lazarett-Lager”, per “italien militaerinternierten”, a campo della morte.

 

Tra i patimenti che maggiormente piegavano e flagellavano i prigionieri: la costante scarsità di cibo e la persistente denutrizione, le oligoemie, gli edemi da fame, i pidocchi e la tubercolosi. Ogni notte -per la fame- era il delirio di qualcuno che gridava: “Si mangia! Guardate c’è da mangiare!”, un vaneggiamento senza eco, nessuno si scomponeva se non per un pensiero di pietà per quell’infelice che non sarebbe arrivato al mattino. Tra il settembre 1943 e marzo 1945, i morti lì sono stati 872. In breve tempo l’ammassamento si era liberato delle persone più provate, mentre le altre, oltre a seppellire i propri compagni e allinearsi anch’essi all’attesa, escogitavano di tutto per trovare cibo; qualsiasi cibo.

 

Un’esplorazione questa, che spingeva i più temerari, per non morire di fame, a muoversi nella notte come topi e frugare tra i rifiuti di mensa nel mondezzaio fuori dalla cucina dei soldati tedeschi. Questa miseranda condizione, comportava lo strisciare nel buio fino a esporsi ad una sventagliata di mitragliatrice da parte delle sentinelle, che senza darsi pensiero sparavano dalle torrette di sorveglianza su qualsiasi cosa si muovesse.

 

Come topi, che arrancano nell’oscurità. Esitando, poi fiutando e avanzando, schiacciati a terra, attirati dalle immondizie. L’attenzione non era per gli odori nauseabondi e marcescenti, non ci si preoccupava di immelmarsi nel letamaio quanto di schivare la grande luce del fanale, brandeggiato dalla sentinella pronta a far fuoco da sopra l’altana.

 

Raggiungere un bottino di scorze di patate -non c’era altro-, valeva quanto l’energia per sopravvivere un giorno ancora. In una lettera spedita a mia madre: Marcella Campolongo, tramite la Croce Rossa, gli scriveva della sua condizione: “ …siamo come automobili senza benzina”.

 

Si diceva che la sentinella, qualche volta ignorasse chi strisciasse, anche quando al posto di squittire, il “roditore” tossisse per la tisi che non taceva. Era facile sapere che non poteva trattarsi di veri topi, anche perché nel lager nessuno incontrava più topi da molto tempo, erano tutti già finiti preda e poi cibo della disperazione. Non era un atto di grazia quello della guardia che non sparava, non lo faceva per carità, ma per ignavia, come annoiata alla vista di una nullità, bersaglio trascurabile e fin troppo facile ed insignificante: stupidi “animali” ostinati per delle scorze di patate; derelitti innocui e già segnati.

 

Se sovrastare dall’alto, con una mitragliatrice, degli uomini affamati, piegati, soggiogati, può anche dare il meschino autocompiacimento dell’onnipotenza, la prevaricazione continuata, e la soprafazione, sono condizioni da aguzzini, il delirio proveniente da una macchina dell’odio che quando è avviata nessuno sa più come fermare.

 

Entrato nel lager con un fisico da alpino, mio padre n’è uscito dimezzato, aveva perso 45 chili e azzerata definitivamente la funzione di un polmone per via della tubercolosi. Il polmone salvato lo deve alle amorevoli cure, ancorché palliative e con mezzi empirici e di fortuna, escogitate da un medico ugualmente prigioniero: “Il dottor Alessandro Bonini, di Sala Comacina (Como)”, pronunciato per esteso, il cui nome l’ho imparato come un sinonimo della provvidenza.

 

Con gli occhi umidi anch’io, ascolto l’epilogo del racconto tanto invocato, pregato e auspicato della sua liberazione dal lager e dalla fame, avvenuta la mattina del 6 aprile 1945, da parte dei reparti Canadesi, …il cibo e le patate …intere. Nell’attesa che li trasferissero via di là, mi raccontava  che i pochi sopravvissuti come lui, passarono le giornate a cuocere patate e mangiare patate. La gavetta d’ordinanza ininterrottamente piena di patate si era consumata su un fuocherello che non cessava.

Un errore fatale, senza un graduale ripristino delle funzioni digerenti, in molti sono passati dalla sorte di chi muore di fame, alla sorte di chi muore d’indigestione.

 

Mi accompagnavo soavemente con mio padre alle sue pene, alla sua forza.

 

Angelo Marchesini, mio padre e -vostro nonno-, è riuscito a scamparla, dopo di che non voleva più tornare al pensiero delle “kartoffeln”.

di Aldo Marchesini

[Mio padre era Angelo Marchesini - Via Bassa Sustinenza di Casaleone - fu Amos e Giacinta Lonardi,

mia madre Campologo Norina Marcella - Casaleone Via Raizola - fu Vigilio e Pesente Maria detta Marietta].

 

[Gentile sig. Marchesini,

Le scrivo, dopo aver letto con commozione la Sua rievocazione dell'ascolto di una memoria di Suo padre su Fullen, semplicemente per dirLe che quanto Lei ricorda coincide con quanto mio padre (Giuseppe Biagini), anche lui internato a Fullen, mi raccontava. Due sole note:

-Fullen si trovava vicino a Meppen (scritto così). Mio padre vi tornò, per rendere onore ai suoi compagni morti, nella seconda metà degli anni '50, ritrovandovi ancora la recinsione di rete metallica e le torrette di sorveglianza.

-I topi a Fullen c'erano: quando loro potevano mangiavano gli uomini (vivi e morti) e gli uomini vivi, se ci riuscivano, mangiavano i topi.

 Non dimentichiamo cosa noi uomini siamo capaci di fare ad altri uomini, è l'unico modo per evitare di ricadere negli stessi orrori.Non dimentichiamo neanche gli esmpi, in tali orrori, di amore fraterno e di reciproca misericodia.

Grazie

Carlo Biagini Carmignano (Prato)]

 

[...le baracche erano freddissime e sporche, i giacigli dei malati erano infestati da parassiti; ...i più sfiniti agonizzavano e morivano senza alcuna assistenza. Ogni mattina i meno gravi avvolgevano i morti nelle coperte per portarli nelle fosse, poi quelle stesse coperte, venivano ritirate e riportate al campo, dove sarebbero servite per il prelevamento del pane... (citazione di Fullen dal libro: 23-IX-1943 da Castelforte a Memmingen -Ezio D'Aprano ed. Herald Editore)].

 

[...Il nemico era la fame che inesorabilmente si impadroniva del corpo, e ogni giorno vedevamo aumentare i morti di fame. Era una lotta continua che per l’impotenza costringeva parecchi già ammalati a mettersi nel proprio giaciglio, aspettando la liberazione che poteva avvenire o con la fine della guerra o con la morte. La fame, quella fame che tutti credono di conoscere ma di cui non hanno idea, la fame che rende puerili, diffidenti, che morde, che rode, che scava e lentamente consuma, la grande fame che ridesta negli uomini il complesso dell’istinto animale.

...Nel lager di Fullen, con una ricettività media di circa duemila persone ignorate da tutti gli organismi di soccorso, l’estremo conforto era dato dal cappellano militare che si prodigava molto e mai mancava al capezzale dei malati gravi condannati a morire. Durante la notte fra il 5 e 6 aprile, i tedeschi lasciarono il campo e si dileguarono: finalmente la prigionia finì, subentrò la resurrezione della personalità. Il mattino del 6 aprile 1945 pesavo 46 kg. Il sergente canadese visitò le baracche e inorridito disse in francese: “Atrocità simili non le avevo mai viste.” E subito andò al comando per riferire il tutto. Nel pomeriggio arrivò nel campo un autocarro canadese: scaricò zucchero, biscotti, cioccolato, carne in scatola, latte concentrato e altri generi di conforto. Una nazione civile e democratica non può ignorare il suo passato.

Donato Papalillo, Apricena (24.5.1920-29.7.2007)].

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27 dicembre 1997 - Corriere della Sera

IL TRAGICO BILANCIO DEL NATALE Un'altra strage sulle strade, tra le cause l'alcol: 34 morti MILANO - Trentaquattro persone sono morte e molte altre sono rimaste ferite nei numerosi incidenti stradali che hanno funestato queste festività natalizie. Un bilancio pesante, causa il maltempo ma anche l'incoscienza di chi si e' messo al volante senza essere in grado di guidare. La tragedia più grave e' accaduta la sera del 24 dicembre a Carcenasco, in provincia di Torino, dove sono morte sei persone, che erano a bordo di una Fiat Uno che e' stata investita da una Hyundai che viaggiava in senso opposto, guidata da Carmelo D'Agostino, 29 anni. L'uomo, trovato positivo all'etilometro, e' stato rinchiuso nel carcere delle Vallette con l'accusa di omicidio colposo plurimo. Tra le vittime un bambino che oggi avrebbe compiuto due anni. Con il piccolo sono morti i genitori Linda Davera e Orlando Alican, e Francesco Caroleo, la moglie sudamericana Marcela Devera e la figlia 17enne, Emanuela. Un altro grave incidente si e' verificato la sera di Natale a Sustinenza di Casaleone (Verona), causato ancora da un uomo che guidava ubriaco e che con il suo furgone ha investito un gruppo di persone che erano appena uscite dalla messa di mezzanotte uccidendo una donna di 27 anni, Anna Laura Fezzi, e ferendo altre 20 persone. Il sindacato di polizia alla luce di questi episodi ha chiesto "una intensificazione dell'attivita' di prevenzione, con maggiore presenza di pattuglie della Stradale ed una intensificazione dell'etilometro".

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Cenni di antica onomastica locale

La scienza dei nomi nonché cognomi.

Nella ns. parlata domestica spesso le doppie non sono declinate, ugualmente ci sono sillabe che per “betacismo” virano su delle assonanze (es.: Zorzi/Giorgi, Beraldo/Berardo, Brescian/Bressan). E’ ininfluente anche declinare il plurale od il singolare (es.: Cortese/Cortesi), così come per “aferesi”, “apocope”, “sincope”, troncare all’inizio, in coda, in mezzo, i cognomi (es.: Marchesini/Chesini, Padovani/Pavani, Guerreri/Guerrer). Quando poi i cognomi sono due e la metrica scivola, vengono “agglutinati” (es. Zani Boni/Zaniboni, Ca’ Galli/Cagalli). Tutte le volte che un nuovo nucleo familiare rimaneva contiguo, ecco presentarsi il “suffisso”, la codina finale del cognome che ne determina un distinguo (es.: Ambrosi/Ambros -ini, -oni, -etti, -elli, &cc.).

A partire dal ‘200, l’aumento della popolazione ed il bisogno crescente di distinguere nomi troppo frequenti, impone la consuetudine di aggiungere al nome anche un “cum-nomen” (secondo nome), un appellativo che ristabilisse con immediatezza l’identità di ciascuno.

Tre sono le ragioni che suggeriscono un cognome: il “toponimo/etnico”, ne è la prima. Quando in un paese s’insediava un nuovo venuto, era bollato con un soprannome che ne indicava la provenienza, es.: Da Monte, Damonte, Da Como, Dacomo, Dalla Piazza, Piazza, Caselle, Pozzani, Fontana, Formigari, Fozzato, Furlan/i, Bergamasco, Isolan/i, Bernini, Bressan, Campolongo, Chiaramonte, Contado, Ferrarese/i, Mirandola, Modenese, Ongaro, Padovani, Pavan/i, Perini, Pesarin, Tollini, Soave, Toffanello, Vesentini, Vicentini, Vigolo, Zago, Zulian/i, &cc.,

La seconda ragione, quella che raggruppa i soprannomi d’aspetto fisico/morale, una virtù eccellente, un comportamento particolare, un mestiere od un’attività esercitata, che la benevola e scherzosa satira popolare si affibbiava reciprocamente, es: Altobel, Bellini, Gobbi, Gobetti, Gozzi, Grisotto, Rizzi, Longo, Menini, Moretti, Rosso (di capelli), Rossetto, Zanchetta, Basadona, Braga, Cipolla, Cortese/i, Malvezzi, Pretelli, Mazzoni, Franzini, Speranza, Artioli, Ballottari, Barbieri, Bergamini, Bogoni, Bonadiman, Bonfante, Bonfadini, Boniotto, Brentaro, Capellaro/i, Casari, Cavaler, Ferrari, Magnani, Marchesini, Massaggia, Masagia, Masaia, Masini, Ortolani, Sartori, Scapini, &cc.

Terza ragione cognominale, è il “patronimico”. I primogeniti chiamati a subentrare ai privilegi feudali dei padri/capostipiti, sia per ostentazione, sia per documentare le loro accampate pretese dinastiche, introdurranno per primi l’uso d’accostare al proprio nome anche quello del capofamiglia, es Tizio de Alberto, ...degli Alberti, ...Alberti, De Carli, Ambrosi, Andreoli, Angelini, Baldo, Bedon/i, Beraldo, Bertodo/i, Bigardi, Cassiani, Corradi, Costantini, Gennaro, Gioachini, Fazion, Leadrini, Lorenzi, Lorenzetto/i, Martini, Michieli, Olivieri, Vanin/i, Zane, &cc.

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L’archivio è in costante aggiornamento e sono graditi contributi.

 SEGNALATEMI EVENTUALI EMENDAZIONI

ALTOBEL - Di aspetto alto e bello. Sono tutti allocati tra Sanguinetto, Bovolone e Casaleone.

 

AMBROSI/INI (7) (8) - Alla base c’è il patronimico Ambrogio, Ambròs, Ambrosius, adattamento del greco Ambròsios: “immortale”. Per Ambrosini concorre anche l’etnico: della località S. Ambrogio.

ANDREOLI (8) - E’ la variazione di Andrea arricchito del suffisso -olus/-oli. Ha alla base il nome proprio Andrea, che continua, attraverso il latino Andreas, il nome greco Andréas (genitivo andros) "uomo. Lepido, fu podestà di Mantova. Un Nicolaus Andreolus, insieme ad altri della Comunitatis Hostiliæ, il 7 settembre 1665, giurò fedeltà al duca Ferdinando Carlo Gonzaga, di Mantova(10).

Sono diversi i rami di questa casata, il più circonvicino e quello di un Andreoli Giuseppe, nato a San Possidonio (Modena) da Domenico e da Eleonora Senesi, l' 11 gennaio 1720. Per il duomo di Mirandola egli dipinse un San Possidonio andò tolto e perduto nei restauri del 1858). Altro Andreoli don Giuseppe, nato a Possidonio Concordiese (Modena) intorno at 1791, sacerdote, ottenne la cattedra nel Collegio degli Oblati di Correggio fu patriota "Carbonaro", imprigionato e condannato a morte, la pena inflittagli, rapportata alle sue responsabilità parve spropositata, ma la condizione di sacerdote e di educatore fornirono al sovrano Duca Francesco IV° di Modena, la possibilità di dare ai sudditi un feroce esempio. Il 17 ottobre 1822, verso mezzogiorno, sali serenamente sul patibolo nel castello di Rubiera ove ebbe mozzato il capo. Andreoli (Ferrara) Nobili in Milano. Alias: D' oro allo scaglione d' azzuffo a tre stelle d'argento; accostato in punta da una palma di verde. Andreoli (Ferrara) - Alias: D' azzurro al ramo di rose di verde, fiorito di rosso, posto in banda e sormontato da una cometa in sbarra d' oro. Alias: Troncato: al 1° d'oro, alla fenice di nero, ad ah spiegate; al 2' d'azzurro al leopardo rampante sormontato da un capriolo d'oro, accostato da due stelle d'oro.

ANGELINI - Dal greco anghelos (messaggero sottinteso di Dio) che si ritrova nel Latino angelus che diviene in epoca medioevale un nome beneaugurante. Sono tre i rami nobili a Ferrara (Arma: D’azzurro alla testa di serafino posta sopra un monte di tre cime:il tutto al naturale e sormontato da tre stelle male ordinate(9))  e uno classificato Veneto (Arma: D’azzurro all’angelo d’argento fermo in maestà e sormontato da tre stelle(9)).

ARTIOLI  - Come artieri, “artigiani”.Un Baptista Artiolus, insieme ad altri della Comunitatis Hostiliæ, il 7 settembre 1665, giurò fedeltà al duca Ferdinando Carlo Gonzaga, di Mantova(10). In minore concorrenza c'è l'etnico: di Artogne (BS) o Artegna (UD). Sono maggiormente allocati tra Mantova, Ferrara e Reggio E.

 

BALDO(2) - Patronimico di origine longobarda come Ubaldo o Teobaldo o altri nomi composti con bald (baldo, coraggioso. A Bolzano, trova la sua massima diffusione. In minore concorrenza potrebbe essere un toponimo/etnico: dal monte Baldo, Castel Baldo. 

BALLOTTARI  - Etnico: di Ballò (VE), in minore concorrenza ballotta, “castagna”/castagnari. Un' Anna Ballottari, da Bergantino (RO), nel 1908 entrava negli Stati Uniti (Ellis Island - New York), aveva 20anni(11).

 

 

BARBIERI (4) (7) - Deriva dalla professione del barbiere che era una specie estesa al cerusico ossia ad un medico in scala minore.

BASADONA/BASADONNE- Prerogativa presunta . Patrizi di Venezia originari di Trieste. Arma: Grembiato d'oro e d'azzurro (9). Maggiormente allocati a Spotorno, Lerici e Genova.

BAZZUCCO – Etnico: da Bazza (MN). Maggiormente allocati a Casaleone, Gazzo Veronese e Nogara.

BEDON/BEDONI - Etnico: da Bedonia (PR). Maggiormente allocati a Rovigo e Venezia.

BELLINI (4)  Famiglia, che il Dal Pozzo dice di essere venuta qui da Rovigo, già da tempi assai antichi; ed il Torresani, argomentando da un pubblico atto del 1524, la vuole qui venuta dalla Francia(5). Ramo di Verona. Originari di Francia e trapiantati nei primi anni del XVI secolo in Verona da un nobile Ugolino, figlio del nobile Gio. Francesco, e padre del chiaro giureconsulto Paolo Giudice di Collegio, Provveditore della città di Verona, Vicario della Casa de' Mercanti, Podestà di Peschiera e primo Sindaco e Giudice d'appello di Lucca. Un'altra famiglia dello stesso cognome originaria di Rovigo anticamente abitò a Verona, dalla quale discese Nicolò ascritto nel 1406 al Nobile Consiglio(7). -Originari della Francia. Nobili in Verona e San Marino. Arma: D’azzurro al braccio in palo vestito di rosso tenente colla mano di carnagione un crescente (di luna) montante d’argento; accostato in capo da una stella ed ai fianchi da due gigli il tutto in argento(9).

BERALDO/I /BERARDO - Sono entrambi cognomi che rimontano per alterazioni o derivazioni a Berardi. Varianti: Berardo e Berardis, Beraldo, ec. E' la cognomizzazione nei diversi tipi, di almeno due nomi di origine germanica, che, nelle varie zone, si sono spesso incrociati e confusi rendendo impossibile una identificazione e destinazione sicura, formato da bera/beran, "orso" e hardhu, "duro, forte, coraggioso", mentre il tipo Beraldi, da Beraldo può contare su due elemeti walda, "potente, signore, capo comandante"(8). BERALDI. D'azzurro al semivolo abbassato d'argento(3). – Beraldi di Padova e di Treviso. Questa famiglia, detta anche "Andolfi" Originaria di Pavia, si trapiantò prima in Bassano, quindi in Padova, dove fu insignita della nobiltà dei Carraresi. Un Biaquino di Treviso, nel 1265 era dei più devoti ai Caminesi; un Gajardo, milite trevigiano del grado maggiore, ed anche fra gli anziani, comunque avverso ai Caminesi, intervenne alle nozze di Tolberto da Camino. Gaspare, anziano di Treviso, nel 1314, e Tommaso nel 1315. Aristide, uno dei cento nobili padovani che si dedicarono nel 1570 ai Veneziani nella guerra contro il turco(7). –Nome medioevale Beraldus Beraldi o Andolfi (Padova), oriundi di Pavia. Nobili in Padova. Arma: D’azzurro al semivolo d’argento(9). Beraldo trova la sua massima diffusione a Treviso. A Bussolengo c'é una Porta Berardo. A Bussolengo Veronese, si conta la maggior densità del cognome Berardo con 93 nuclei familiari.

BERGAMASCO/SCHI – Ramo dei Colleoni. Nobili di Bergamo e di Ferrara(9).

BERGAMINI - Detto di lavoratori, tipicamente bergamaschi, addetti alla mungitura ed alla lavorazione del latte.

 

BERNINI – Conti di San Bonifacio. Arma. Inquartato d’oro all’aquila coronata di nero e d’argento al leone di rosso(9). Ottennero nel passato il titolo di nobile e di cavaliere del Sacro Romano Impero dalla Veneta Repubblica ne 1752 furono dichiarati Conti coll'investitura del vicario di San Bonifacio, e nel 1829 da S. M. I. E. A. furono come tali riconosciuti(12).

 

 

 

BERTOLDO/I (2) (3) (4) – (Veneto) Arma: d’azzurro a tre monti accostati di verde; ad un sole nel punto dal capo figurato d’oro(9).

BIGARDI - Etnico: di Bigarello (MN). Un Antonio Bigardi, fu sindaco a Salizzole dal 1916 al 1917.

BISSOLI - (Ferrara) Arma: D’azzurro all’albero di verde con una biscia di nero accollata dal tronco al naturale fissante una cometa in sbarra in capo d’oro; Alias: Spaccato nel 1° d’azzurro a tre stelle male ordinate d’oro; nel 2° d’oro a tre bisce in fascia di verde(9).

BOGONI - Sinonimo di chiocciole da gastronomia, lumaconi col guscio, per estensione anche in senso figurato. Sono: Emilio di 31 anni, partito da S. Ambrogio; Gaetano di 23 e Luigi di 28,  partiti nel 1906 da Cologna V. ed entrati negli Stati Uniti (Ellis Island - New York)(11). A Monteforte d'Alpone sono allocati almeno 45 nuclei familiari con questo cognome.

BOLDIERI - Etnico: di Boldara (VE).

BONADIMAN - Cognome molto diffuso in Trentino (1° cognome a Zambana). Parsimonia per la quale niente andava sprecata, ma riposta per divenir bona diman.Sono 10 i Bonadiman provenienti dal Trentino e Tirol entrati ai primi del '900 negli Stati Uniti (Ellis Island - New York)(11).

In un atto di investitura del 1411, il Vescovo di Verona confermava, fra altre possessioni, quella della Culà  (al confine tra Isola della Scala e Bovolone) a favore di Nascimbene fu Pietro de Salezolis de Bonadomanis (i Bonadiman ottennero il fondo dai dal Verme i quali, a loro volta, per successione, dalla vedova Ludemia Nogarole).

1443 - il dominio di Tarmassia, restò ai Bonadiman – in parte lì dimoranti. Tale famiglia, per lo più data come proveniente da Salizzole – ma un ramo è presente anche in San Gabriele ove più volte è menzionato un Altichiero fu Giacomo de Bonadomanis e i suoi discendenti - conservò proprietà in Tarmassia per secoli.

BONFADINI/FADINI - Come Bonfante, deriva dal nome beneaugurale medioevale Bonfantinus (buon bambino). Bonfadini è tipico bresciano. Nobili Veneti. Arma: D’azzurro alla banda di rosso a tre stelle d’oro; accostata in capo (primo terzo superiore dello scudo) da un giglio ed in punta (dello scudo) da un leone il tutto d’oro(9).

BONFANTE/I - Fante, con lo stesso lemma di fantolino, fantesca, ossia ragazzo: “Bravoragazzo”. Di Belfiore (Mantovano), d'origine milanese, vennero nel Mantovano in qualità di uomini d'arme al servizio dei Signori Gonzaga di Mantova. Nel 1742 un Cristoforo otteneva dall'Imperatrice Maria-Teresa il titolo di nobile per sè e suoi discendenti, coi diritti e privilegi dei cittadini milanesi purchè avesse dimorato gran parte dell'anno nella città o ducato di Milano. Cristoforo, Giuseppe s Sicimò furono successivamente capitani delle milizie di Belforte nel XVII e XVIII secolo. Arma: spaccato; nel 1° di rosso, all'aquila di nero; nel 2° di verde, a tre caprioli (capriate) d'argento; colla fascia cucita di rosso, attraversante sullo spaccato (7).

BONIOTTO/BUNIOTTO  Buniotto Giuseppe 34anni, nel1905 e Gaetano 31 anni, nel 1913, partiti da S. Ambrogio, sono entrati negli Stati Uniti (Ellis Island - New York)(11).

 

BONZANINI(3) – (Padova) Arma: D’azzurro a quattro catene movente da uno stesso anello posto in cuore e non toccanti gli angoli dello scudo d’oro; al capo d’Angiò(9). Joannes, Alexander e Hieronimus Bonzaninus, insieme ad altri della Comunitatis Hostiliæ, il 7 settembre 1665, giurò fedeltà al duca Ferdinando Carlo Gonzaga, di Mantova(10).

BORGHESANO/I- Borghesano del Borgo fece costruire verso la fine del XV secolo la corte Borghesana. Famiglia originaria di Bologna. Arma D'oro all'ulivo sradicato al naturale (9).

BORIN /I - Di antica nobiltà padovana, con decreto 13 ago. 1680, fu dal Senato Romano ascritta all'ordine dei patrizi e senatori romani; nel 1746 fu aggregata al Consiglio nobile di Ferrara, e con diploma 16 nov. 1748 l'imeratrice Maria-Teresa conferì ai fratelli Leandro e Domenico Borini ed ai loro discendenti maschi il titolo di conte della Lombardia Austriaca che venne poi riconosciuto dalla Repubblica Veneta; e finalmente nel 1788 fu aggregato al patriziato veneto. Francesco I Imperatore d'Austria con sovrana risoluzione 28 dic. 1818 confermò a questa famiglia la sua nobiltà,e con altra sovrana risoluzione 1 luglio 1819 le confermò il titolo comitale(7).Borin è molto diffuso in tutto il Veneto, Borini ha un ceppo tra veronese, mantovano e rovigoto, uno nel forlivese ed uno nell'anconetano, dovrebbero derivare dal nome medioevale Borinus di cui abbiamo un esempio in un atto del 1216 nel torinese: "...dominus Hanricus et nepos eius Borinus investiverunt...", o anche dal termine tardo latino borinus (settentrionale, che proviene dal nord).

 

BRAGA - Il ramo di Padova. Arma: Di rosso alla fascia d'azzurro a tre stelle d'oro(7)(9).

 

BRENTARO - Detto di lavoratore delle brente, brentei, tinozze; in minore concorrenza etnico dal Brenta (es. Brentella (PD), Brenta - BN, Brenta d'Abbà - PD).

 

BRESSAN - Etnico: originario di Brescia. Verso il 1500 meser Rigo da Bresa aveva lasciato alcune heredità poste in territorio de Bressa alle sue figlie Giuliana, Benvenuda, Elena; sembra che la parte migliore della sua sostanza sia passata all'unico suo figlio maschio Antonio de sor Rigo ditto Bressan texter de panni de seda della contrà de san Geremia(2).

BRIGHENTI –  Un Baptista Brigentus, insieme ad altri della Comunitatis Hostiliæ, il 7 settembre 1665, giurò fedeltà al duca Ferdinando Carlo Gonzaga, di Mantova(10). Sono 126 i Brighenti registrati ad Ellis Island al Porto di New York, almeno metà provenienti da Verona e Vicenza(11).

Araldica: Grifo rampante coronato di oro su monte a 3 cime di verde uscenti dalla punta spada di argento in destra su - fascia di rosso su azzurro - bordura dentata di argento(Spreti Suppl.1° pag. 432 - 33).

 

CAGALLI - Ca'Galli Famiglia di Legnago, circa l'anno 1490 venuta ad abitare fra noi, e detta anche in un pubblico documento De Domo Gallorum. Francesco dottore il legge, cavaliere e giudice di collegio, nel 1540 entrò nel nobile nostro Consiglio; Girolamo figlio,o parente di Francesco, vi ebbe luogo l'anno 1559 (5). – E’ l’agglutinazione di Cà Galli, ma è censito anche Cagali, Cagallia, Cagaglia(9). Arma: Di rosso all’albero terrazzato di verde posto a destra e sinistra da un gallo d’argento crestato e barbato di rosso posto a sinistra(9).

CALEFFI – Nobili di Carpi. Arma: Spaccato nel 1° d’oro ad un vaso d’argento contenente tre rose al naturale accostato da due teste umane escenti vestite di rosso imberbi affrontate al vaso al naturale; nel 2° di rosso a tre bande d’azzurro(9). Un ramo è di Venegazzù nel Trevigiano. Arma: D'oro, alla pelle d'agnello d'argento, per inchiesta(7).

CAMPOLONGO CAMPOLONGHI [Campolongo). Di rosso a due leoni d'oro affrontati e sostenenti con ambo le branche anteriori uno scudetto d'argento alla croce d'azzurro.

CAMPOLONGHI [Campolongo]. D'azzurro, alla fascia d'argento, accompagnata da tre stelle d'oro, 2 e l.

(3) (4) –  Etnico di Campolongo. Arma: D’azzurro alla fascia d’argento; accompagnata da tre stelle d’oro(9). Alessando di 20 anni e Angelo di 26, nel 107 partono da Cerea ed entrano ad Ellis Island, al Porto di New York(11). Etnico: di Campolongo (es. Campolongo sul Brenta - Vicenza, Campolongo Maggiore - Venezia, Campolongo - Passo di ... - Belluno). Gli antenati di questa famiglia -di Padova-, erano ricchi Mugnaj di Campolongo, da cui i discendenti si trasferirono in Padova assumendo il nome della loro patria di origine, ed alcuni furono lanari, altri si dedicarono al notariato, alla medicina e all'avocatura. Arma: D'azzurro, alla fascia d'argento, accompagnata da tre stelle d'oro (7). 

 

CAPELLARO/I (1) – I Capellari, di Legnago (ndr. non di Legnano come riportato nel disegno). Arma: D’argento all’aquila bicipite di nero imbeccata e membrata di rosso sostenuta di verde ed avente una stella fra i due colli; il tutto sormontato da un cappello di nero(7)(9). (Genealogia)

CARRAROLI - Esiste una Carrarola contrada ad Arcole.

CASARI – Un ramo Casari, è presente a Ferrara, altrimenti detti Pizzotti. Arma: D’azzurro al destrocherio (braccio destro) di carnagione vestito di rosso tenente un pestello dentro un mortaio al naturale, accostato in capo da tre stelle male ordinate d’oro(9).

CASELLA– Anche censito: delle  Caselle Nogara; Caselle Isola della Scala; Caselle (Padova); &cc. Arma: Inquartato d'azzurro al giglio d'oro e di palato di nero e d'argento (9).

CASSIANI – Nobili di Modena. Arma: Spaccato nel 1° d’oro all’aquila al volo abbassato di nero; nel 2° d’azzurro all’albero movente da una cassa di legno al naturale, al capo di rosso a tre gigli d’oro(7)(9).

CAVALER – Attributo del mestiere di setaiolo. “Cavalletto/Graticcio” su cui giacevano i bachi da seta allevati per i bozzoli.

 

CHIARAMONTE/I – Famiglia antica, che venne anche chiamata 'Da Casaleone' per li grandi possedimenti in questo paese, poi passati nella casa Boldiere, e detti le Boldiere, ora proprietà dei Marchesi di Canossa. Leonardo ed Allegro figli di Chiaramonte nell'anno 1337 diedero a mutuo denari alla nostra Università [ndr."Il Comune o tutto il popolo di Verona"], ed Antonio nel 1535 fi Vicario della Casa dei Mercanti. Questo casato l'anno 1523 cominciò a far parte del patrio Nobile Consiglio, e l'ultimo entratovi fu Gabriele nel 1591(5).  Arma: D’azzurro al monte di tre cime di verde sormontato da una stella d’oro(7)(9).

CHIAVEGATO/CHIAREGATO - Un Laurentius Chiaregatius, insieme ad altri della Comunitatis Hostiliæ, il 7 settembre 1665, giurò fedeltà al duca Ferdinando Carlo Gonzaga, di Mantova(10).

CIPOLLA/CEOLA(4) (5) (Verona) - Di origine svedese, se ne ha memoria fin dal 1161, nel qual tempo si trovava in Verona un Ubaldo Cipolla. Nel 1407 fu aggregata al nobile consiglio, e nel 1471 il famoso giureconsulto Bartolomeo ebbe dall'imperatore Federico III il titolo comitale conte palatino, titolo riconosciuto nel 1779 dalla Veneta repubblica, e negli anni 1826, e 1830, da Sua Maestà Imperiale Federico I. Rodolfo Vescovo di Pavia nel 1250, fu ascritto nell'albo dei Santi. Vanta inoltre questa famiglia giudici di collegio, vicari della Casa dei Mercanti, provveditori di Comune, podestà di Peschiera, cavalieri e ambasciatori (7). Rodolfo Vescovo e santo, si conserva in Pavia, dove se ne celebra la Messa. Il suo ritratto può vedersi presso il Nobile Monsignor Canonico Conte Giuseppe Cipolla.(6) – (Verona) Oriundi della Svevia. Nobili di Verona. Conti Palatini. Arma: D’oro alla cipolla fogliata al naturale(9).

CONTADO - Cognome tipico del Veronese. I Contado, sono locati a Verona, Padova, Legnago, Casaleone, Ferrara e Bolzano.

CORRADI(5) – (Padova) Arma: D’argento all’aquila di nero membrata di rosso coronata d’oro(9). Il Prof. Giuseppe Paolo Corradi, nato a Casaleone, su proposta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e fu insignito il 27/12/2002, dell'onorificenza di Grande Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica.

 

 

CORTESE/I(3) – Erano i nobili di Padova. Arma: D’azzurro al leone spaccato d’oro e d’argento(9).

 

COSTANTINI Narrano i cronisti che i Costantini uscirono dalla gente Cassia di Roma; indi passarono a Concordia, e di là, nel 792, si trasferirono a Venezia, dove occuparono le prime cariche tribunizie. (2) – Patrizi di Venezia. Oriundi di Concordia. Arma: D’oro alla banda d’argento caricata di una corona a cinque punte in sbarra di rosso(9).

DA COMO/DACOMO(5) – Etnico da Como. Famiglia trapiantata in Verona, e nel 1517 ascritta al nostro Consiglio Nobile(5).

DAL CER  Sono tutti locati ad Angiari, Cerea, Casaleone.

DA MONTE/DAMONTE(4) – (Verona) Arma: D’argento al monte di dieci cime di rosso accompagnato da tre crescenti rovesciati d’oro ordinati in capo; al capo d’oro all’aquila coronata di nero(9). Antonio Da Monte, nel 1789, era ascritto nel Sacro Ordine Militare di San Giovanni di Gerusalemme (5).

DE BIANCHI/DEBIANCHI – (Verona) Arma: D’argento al cavaliere a cavallo al naturale(9).

DE CARLI – I De Carli. Carli, dal latino Carolis, costituiscono un nucleo di famiglie italiane che maggiormente si distinsero per le virtù civiche, letterarie e militari(2). (Verona) Conti. Arma: Spaccato d’argento e d’azzurro; al leone sul tutto d’oro(9). Carli, famiglia chiarissima, diramatasi anticamente in Milano, Lucca, ed in Verona sul finire del secolo XVI°, dove ottenne l’iscrizione al Consiglio Nobile nel 1636,  e poi fu decorata del titolo Comitale (conte) (6) .Un Julianus Carlis, insieme ad altri della Comunitatis Hostiliæ, il 7 settembre 1665, giurò fedeltà al duca Ferdinando Carlo Gonzaga, di Mantova(10).

 

DE FANTI - Fante, con lo stesso lemma di fantolino, fantesca, "ragazzo". Rami De Fanti, sono censiti a Bologna, Ferrara e Tortona. Un ramo nobile è investito della borgata di Sant'Oberto nel 1784, baroni di S. Oberto. Nomi frequenti in famiglia sono Carlo, Ferdinando e Paola (cfr. Albo Nazionale Famiglie nobili Italiane. Stemma gentilizio ed. De Vecchi - Firenze). 

DE TOMI - Etnico: de Tomo (Feltre).

DONADONI – Etnico: di Donada (RO). (Veneto) Nobili in Begamo e Venezia. Arma (ramo di Venezia): Spaccato nel 1° d’argento alla rosa aperta di sei foglie d’azzurro; nel 2° d’argento alla sbarra d’azurro. Alla fascia sul tutto attraversante in rosso(9)

DONAIDI - Etnico: de Donada (RO).

FABEN - Sono tutti locati a Cerea, Casaleone e Nogara.

FADINI/BONFADINI/BONFANTE – vedi Bonfadini

FAELLA(4) – (Verona) Conti Palatini. Arma: D’azzurro a tre bande doppio merlate di rosso(9). Tra l’indigene nostre famiglie la Faella si è molto antica, della quale trovo un Buonaventura registrato nel 1279 fra i Consiglieri d’Ezzelino Giovanni pronipote di Bonavventura ebbe per figlio Giovanni Nicolò Dottore di Legge, creato poi da Federico III nel 1452 Conte Palatino, e poi eletto dai Fiorentini per loro Podestà nell’anno 1472, fu anche Podestà di Trento nel 1486; Ludovico figlio di Giovanni Nicola fu Podestà di Lucca Consigliere Impriale, ed ebbe ancora altre preminenze. Potrei ricordare altri chiari personaggi ne’ tempi a noi più vicini, ma per amore di brevità non ne fo parola. Questa illustre stirpe nel anno 1406 ebbe luogo nel patrio Consiglio Nobile, fu onorata delle primarie cariche Municipali, e può vantare celebri Giureconsulti,  Giudici di Collegio, Oratori, Familiari, Commensali di Principi, e cavalieri(6).

FAZION/FAZIONI - Patronimico. Fazio, con accrescitivo.

FALAVEGNA/FALAVIGNA – Originari di Bologna. Arma: D’azzurro al destrocherio (braccio destro) di carnagione vestito di rosso movente da sinistra in atto di punire con una lancetta un sinistrocherio di carnagione movente da destra, col sangue sgorgante dalla ferita in un catino d’argento posto in punta; il tutto sormontato da una stella d’oro(9).

FAVALLI – Nobili di Bologna. Arma: Spaccato d’oro e di rosso; alla pianta di fava sul tutto di tre rami al naturale; al capo d’Angiò(9).

FERRARESE - Etnico, di Ferrara.

 

FERRARI/FERRARINI(4) (5) -

 

FERRO/FERRI (3) (4) - (Verona) Arma: D'argento alla fascia di rosso ad una stella d'oro; accompagnata da altre due stelle pure d'oro(9). Un Dominichus Ferrus, insieme ad altri della Comunitatis Hostiliæ, il 7 settembre 1665, giurò fedeltà al duca Ferdinando Carlo Gonzaga, di Mantova(10).

FINOTELLO/FINOTTI - Originari di Ferrara. Arma: Di rosso a tre fasce contromerlate d'oro; al capo all'aquila di nero(9).

 

 

FONTANA(2STEMMA 4° p163) (4) - (Verona) Arma: Di rosso alla croce scaccata di due file d'argento(9).

FORIGO - Cognome tutto allocato a sud di Verona: Sanguinetto, Gazzo Ver., Povegliano, Casaleone.

FORMIGARI - Etnico: di Formigara (CR).

FOZZATO - Etnico: di Foza (VI).

FRANZINI - Franza come Francia, apellativo attribuito ai filo francesi:"franzini".

 

 

FURLANI/FORLANI - Etnico del Friuli, ma probabilmente provenienti dal Ferrarese.

 

GAIO (GAIA ZAIA)(2)- Esiste una località Gaio (PN), ma il cognome è censito anche Gaia o Gaggia (ossia Gazzo gahagi -terreno riservato); secondo altri deriva dal nome di persona Gaius. Famiglia originaria di Legnago, da cui venne Antonio figlio del signor Gaio capostipite di questa casa. Questo Antonio era Cancelliere di Consignorio Della Scala, il quale nel suo testamento, scritto l'anno 1375, costituì il Gaia, insieme con altri signori, esecutore testamentario e Consigliere d'Antonio e Bartolomeo suoi figli. Nipoti di Antonio Gaia furono Pietro e Jacopo; il primo entrò nel Nobile Consiglio l'anno 1414, e il secondo nel 1437. Un Alessandro poi ci ebbe luogo nel 1523 (5) .La "G" nella palata domestica può declinare per betacismo in "Z"(es. Giorgi/Zorzi, Giannetti/Zannetti, Gaia/Zaia).

GALVETTO -Etnico: di Galvagnina (MN). Galvetto Aldo, Sustinenza lo ricorda tra i suoi militari [ndr. dispersi in Russia] dei quali da paesi dell’Est europeo non è più pervenuta notizia.

GAROFOLO - Etnico: di Garofolo (RO). Garofolo Armando (soldato),Sustinenza lo ricorda tra i suoi combattenti caduti.

 

GENNARI/O - (2)  Ha vari ceppi, uno importante anche nel Veneto e nel Friuli, derivano dal nome medioevale Gennaro che è a sua volta derivato la cognomen latino Januarius. Un ramo Gennari, era domiciliato a Lendinara e ascritto a quel nobile Consiglio col fregio di Nobile, che gli fu confermato con Sovrana Risoluzione il 9 maggio 1829 (4). Nella parlata domestica, per betacismo e senza doppie, si comprende anche Zenari/o. Una famiglia Zenari de condizion mercantile abitò anticamente a Verona.

GHIRELLI - Etnico: di Ghirano (PN). Nobili di Mirandola. Arma: D'azzurro alla ruota dentata con manovella da girare incastrata in un sostegno uscente dal terreno declinante in banda al naturale; ad un sol in capo a destra il tutto d'oro(9).

 

GIOACHINI - (7)

 

GOBBI/GOBBETTI - Un Santus Gobettus, insieme ad altri della Comunitatis Hostiliæ, il 7 settembre 1665, giurò fedeltà al duca Ferdinando Carlo Gonzaga, di Mantova(10).

 

GOZZI - Famiglia, che diede Bartolomeo creato Vicario e Castellano di Montorio nel 1404 da Francesco il Carrarese. L'anno 1410 questa casa ottenne l'iscrizione al Nobile Consiglio municipale (Vol. II 4)(5). (Verona) Arma: D'azzurro alle fasce di verde a tre rose di rosso; accompagnata da due gigli d'argento, posti uno in capo (primo terzo in alto dello scudo) e l'altro in punta (dello scudo) (9).

GRISOTTO - Griso di capelli.

GUANDALINI - Cognome molto diffuso a Concordia e Mirandola.

 

GUERRA(4) - Sono diversi gli omonimi, ma i più circonvicini sono i nobili di Asolo. Arma: D'azzurro all'elmo d'argento con quattro piume di struzzo di rosso(9).

GUERRER/I/GUERRIERI(4) (5)  Il capostipite dell’illustre casa Guerrieri, come si riscontra dalle memorie conservate nel di lei Archivio, ci fu un Giovanni Filippo, il quale nel 1445 alla testa di numerose soldatesche prestò ajuto alla città di Fermo sua patria, che aveva prese le armi contro Alessandro Sforza; figlio di Giovanni Filippo fu Francesco valoroso guerriero; Vincenzo Cavaliere di S. Yogo nella Spagna, consigliere del Duca di Mantova e prefetto delle sue stalle, fu figliuolo di Francesco; da Vincenzo ne venne Pietro che fu il primo a fare il primo a fare acquisti nel Veronese, e da Pietro il rinomato Giureconsulto Lelio; da Lelio poi altro Pietro, il quale ebbe fratello Vincenzo secondo, carissimo a Ferdinando Maria Duca di Baviera, dal quale ottenne per sé e famiglia il titolo di Conte nel 1672, confermato poi a questa casa, come già si disse l’anno 1695 dalla Veneta Repubblica, e nel 1829vda S.M. I. Francesco Primo. (6) -

GUERZONI - o Verzoni (Ferrara). Arma: D'azzurro al cane elevato d'argento, collarinato di rosso, tenente una verza di verde(9).

GUZZO - Probabile apocope: Guzzo... (es. Guzzoni).

ISOLAN/ISOLANI - Etnico di Isola.

LANZA/LANZONI - La "lanza", come i  "micheletti", erano la soldatesca mercenaria.

LEARDINI/LEARDI - Leardi (Verona). Arma: D'argento alla fascia accompagnata da due gigli di rosso(9).

LONARDI(5) Famiglia ascritta al Magnifico Consiglio di Verona 1614. -Un Franciscus Lonardus, insieme ad altri della Comunitatis Hostiliæ, il 7 settembre 1665, giurò fedeltà al duca Ferdinando Carlo Gonzaga, di Mantova(10).

LONGO - (Este) Arma: D'argento al leone di nero(9).

LORENZETTI/O -  (ancora in ricerca)

 

MAGNANI(1) - Nome di mestiere: "paruloto", fabbro calderaro. (Legnago) - Arma: Spaccato nel 1° d'argento al braccio armato di nero muovente dallo spaccato ed impugnante una scimitarra al naturale; nel 2° sbarrato d'oro e di rosso(9).

MALAGO/MALAGO'/MALAGNINI - (Etnico: di Malagnino (CR). Ferrara) Arma: Spaccato nel 1°d'azzurro a tre stelle d'oro; nel 2° d'oro alla testa di moro al naturale bendata d'argento. Sul tutto una fascia d'argento bordata di rosso. 

MALVEZZI(2) La dotta Bologna fu culla dei Malvezzi, ((9)li dice oriundi da Novara). Famiglia nobile e prodiga di uomini insigni, le cui gesta sono note attraverso una svariata serie di pubblicazioni. Lucio Malvezzi entrato ai servigi della Veneta Signoria nel secolo XV. Non sembra che i Malvezzi abbiano avuto lunga dimora a Venezia; si hanno invece notizie di Agostino Malvezzi che nel 1701 insieme a Lorenzo e Valentino Malvezzi erano Deputati nel Consiglio della Magnifica Comunità di Montagnana. Uno Steffanus Malvecius, insieme ad altri della Comunitatis Hostiliæ, il 7 settembre 1665, giurò fedeltà al duca Ferdinando Carlo Gonzaga, di Mantova(10)L'11 luglio 1305 il cardinale Napoleone degli Orsini partecipava alla Signoria di Venezia che, mentre cercava di pacificare Bologna, lacerata dalla fazione interna, molti di quei cittadini lo assalirono nella dimora per ucciderlo assieme al vescovo Uberti. Ne seguì la confisca dei beni dei ribelli a vantaggio della S. Sede, la perdita dei feudi e la scomunica pubblica nei festivi nelle chiese di Bologna e distretto, finché perdurano i rei nella ribellione. Però fra i Malvezzi e la Corte di Roma, non si acuirono soverchiamente i dissidi, che anzi in non breve ne seguì la riconciliazione della famiglia che si ebbe in ricompensa feudi e onori. Lucio Malvezzi entrato al servizigi della Veneta Signoria nel secolo XV morì il 2 agosto 1510, un anno dopo di avere assunto la condotta in qualità di governatore generale delle genti d'armi coll'onore del vessillo, con 200 uomini.(2)   (4) - (vezzo – vitium – vizio = vizziati). Arma: D'azzurro alla banda d'oro accostata in capo dal punto d'Angiò(9). Vedi qui sopra il censimento napoleonico redatto da Malvezzi sindaco.

 

MANARA - "Attrezzo tagliente, piccola scure". Quelli di Verona erano detti Orti. Conti di Busolo. Arma: D'azzurro all'albero di verde movente da un cesto d'oro di vimini sostenuto da un monte di verde(9).

MANTOVANI - Etnico: di Mantova.

MARCHESINI (2) - (Legnago) Arma: Di nero ad uno scoglio d'oro movente da un mare d'argento; accostato in capo da tre stelle male ordinate d'oro(9). Provenienti dalle Boccare di Casaleone, si locarono in Val de Rua e Bassa, con il soprannome di Ortolani. Altri rami si diffusero nel Legnaghese, Ostigliese e Milananese. La località Marchesino (Buttapietra), in epoca Napoleonica era censita Ca' de' Marchesini. Un Benedictus Marchesinus, insieme ad altri della Comunitatis Hostiliæ, il 7 settembre 1665, giurò fedeltà al duca Ferdinando Carlo Gonzaga, di Mantova(10). Nel 1683, nei verbali della comunità di Legnago si menziona: Marchesini Domenico, figlio di Ambrogio, perché eletto Giudice di Campagna e dugali. Sempre dagli stessi verbali si legge che lo stesso Domenico è Sindaco di Legnago nel 1685, affiancato da Domenico Alessi ed Agostino Luciolli e la stessa carica gli viene affidata nel 1687 e nel 1689. Il citato Domenico è Conservatore dell’Ospedale nel 1691 ed ancora nel 1698(1). Dei “Mille” di Garibaldi, il N° 598 era: Marchesini Luciano (Gazzetta Ufficiale12-11-1878).  Marchesini Aldo, Sustinenza lo ricorda tra i suoi militari [ndr. dispersi in Russia] dei quali da paesi dell’Est europeo non è più pervenuta notizia.

 

MARCOLINI(1) (2) -

 

MARCOLONGO - Una storia molto circostanziata si trova su: www.Marcolongo.org

 

MARCONCINI/MARCONZINI - (Ferrara) Arma: D'azzurro al destrocherio (braccio destro) di carnagione vestito di rosso, uscente da destra e tenente un marco da stadera d'argento; accostato in capo da tre stelle male ordinate d'oro ed in punta da un mare d'argento ombrato d'azzurro(9)..

MARONI - (Ferrara) Arma: D'azzurro all'albero di castagno di verde sostenuto da due leoni d'oro(9)..

 

MARTINI(2) (4) - Ci sono rami nobili a Ferrara, Modena, Asolo. (Veneto) Arma: Cavalieri - Inquartato nel 1° e 4° d'azurro al cavallo allegro d'argento; nel 2° e 3° d'argento al giglio di rosso. (Veneto) Conti - Inquartato nel 1° e 4° di rosso all'aquila coronata d'oro; nel 2° e 3° d'oro alla banda d'azzurro a tre api. Sul tutto interzato in pergola rovesciata di verde, d'azzurro e di rosso, al capriolo sul tutto d'argento accompagnato da tre gigli d'oro(9). Martini Giovanni, Sustinenza lo ricorda tra i suoi militari [ndr. dispersi in Russia] dei quali da paesi dell’Est europeo non è più pervenuta notizia.

MASINI(2) (Ferrara) - Arma: Spaccato d'azzurro e di rosso, a tre frecce d'argento accostate in fascia volte all'insù ed attraversate da una fascia d'oro(9).

MAZZONI La famiglia anticamente censita anche Mazzon, proveniente dal modenese, dove tuttora esiste ed ha una nobiltà. Il primo Mazzoni che si incontra a Venezia sulla fine del secolo XIV originario di Rovigo, è Matteo dei Mazzoni fattore generale del marchese d’Este, abitante a Ferrara. In data 22 aprile 1429, in un accordo che il monastero di S. Antonio a Castello stipula con Guido Mazzoni da Modena per la esecuzione di otto figure grandi. Egli lascia un tanto  della sua fattura per la elemosina al monastero col patto che sia esposto il suo stemma. Alcuni rami di questa casata trapiantarono le loro tende fuori di Venezia(2). (Modena) Arma: Spaccato d'azzurro e d'oro al destrocherio (braccio destro) di carnagione vestit di rosso, uscente da sinistra e tenente una mazza in palo d'argento.(9) -

MELOTTO/I/MELLO - Etnico di Melotta (CR). (Ferrara) Arma - D'argento al melograno di verde fogliato dello stesso, aperto di rosso.(9)

MENARBIN - Da etnico de Menà (VR).In minor concorrenza mestiere o prerogativa di attività legata al menare/portare (es. menabrea, menabuoi)

MENEGHELLI/O/MENEGHETTI - (Padova) Arma: Spaccato semipartito: nel 1° d'azzurro al leone d'oro; nel 2° di rosso; ne 3° d'oro; alla fascia d'argento sul tutto (9).

MENINI - (Omenini)  (aspetto fisico)

 

MERCATI -  (ancora in ricerca)

 

MERLO(2)/MERLIN Nobile ed antica famiglia di origine portoghese, sparsa nella Spagna. Un ramo si stabilì nel Veneto agli inizi del XIV secolo. I Merlo avevano tomba nella chiesa di San Giovanni in Oleo (VE) nel secolo XVIII; nella seconda metà di quel secolo (1784) Merlo Francesco Antonio era in qualità di Capitan Grande alla dipendenza degli Inquisitori di Stato in Venezia.(2) -

MICHELETTI - I "micheletti" ed i "lanza", erano la soldatesca mercenaria. In minore concorrenza c'è l'etnico: di Michellorie o S. Michele.

 

MICHIELI(4) – Bianchi Michiel, Patrizi di Venezia. Conti. Arma: Inquartato nel 1° d’azzurro alla cometa in banda d’oro, nel 2° fasciato d’azzurro e d’argento; nel 3° fasciato d’azzurro e d’argento, il 1° a 12 bisanti (soldi) d’oro posti 4 a 4; nel 4° d’azzurro a due leoni affrontati d’oro(9).

 

MINOZZO/I- MINOTTO/I (2) (4) - A Reggio Emilia c'è una Villa Minozzo. Nobili i Venezia e Treviso Arma di rosso a tre bande d'oro. (Ferrara) Arma: D'azzurro al cane mastino sedente d'argento collarinato di rosso(9).

 

MIONI - (Comacchio) Arma: Di rosso alla sbarra d'argento fusato di nero; al capo d'oro a due torri di rosso(9).

MIRANDOLA - Etnico: di Mirandola. Un Sebastianus Mirandola, insieme ad altri della Comunitatis Hostiliæ, il 7 settembre 1665, giurò fedeltà al duca Ferdinando Carlo Gonzaga, di Mantova(10). (Verona) Arma: Inquartato di verde al griffo d'oro e di rosso pieno(9).

MODENESE  - Etnico: di Modena.

MODULON - Sono tutti locati a Verona, Cerea, Sanguinetto, Casaleone.

MORETTI(2) - (aspetto fisico)

NOVELLI/O  I Novello da Siena (accennati anche nella Divina Commedia) passarono a Treviso verso il 1150. Un ramo si stabilì a Castelfranco nel 1360. Le vecchie storie trevisane ricordano il valoroso capitano Girolamo Novello, veronese, uomo di grande esperienza e di gran nome, il quale nel 1477 con numerosi Fanti e tre mila cavalli, sotto gli ordini della Repubblica Veneta, conteneva al di qua dell'Isonzo il passo alle soldatesche turche, che avevano già invaso il Friuli. I veneziani rimasero sopraffatti dall'irruenza nemica e Girolamo Novello, accerchiato dagli avversari, piuttosto di cedere, morì combattendo da vero eroe(2). - E' possibile anche che in qualche caso si tratti di etnico: di Noventa, Novellara, &cc.; in minore concorrenza c'è il nome proprio del capostipite, nato dopo la perdita di un altro figlio. (Veneto) - Bandato di rosso e di verde; al capo (il terzo superiore dello scudo) d'argento a tre rose (araldiche) di rosso bottonate d'oro (9). Famiglia tra le nostre molto antiche, che nel 1279 diede il Consigliere Pietro(5).

 

OLIVIERI(4) - (Vicenza) Arma: D'azzurro all'albero d'ulivo terrazzato di verde, la parte superiore del capo seminata di stelle d'oro; con una sbarra ondata d'argento attraversante sulle stelle e carica del motto "Hoc iter est superis"(9).

 

ONGARO(2) (3)- Etnico: dell'Ungeria o di Ongarie (TV). In minore concorrenza si può parlare di gruppi armati/soldati "ungheri": contro gli "ungheri" fu costruito un castello sul Tartaro; non è improbabile che qualcuno di costoro si stabilisse qui (8).

PACCHIEGA - Pacchiero: "Chi dal volto mostra di essere ben nutrito".

PADOVANI(2) - Etnico, di Padova.

PAGANINI(2) Le più antiche memorie di questa famiglia sono ricordate da Martino de Paganino (c'é un villaggio che porta questo cognome nella provincia di Cremona) da Loreo, nella sua qualità di giudice lasciò negli anni 1224 e 1226, memorie di sè nel Libr Communis della Repubblica Veneta. Evidentemente da questo Paganino uscirono i Paganin e finalmente i Paganini; famiglie queste sparse a Lucca, a Bellinzona, a Mantova, a Parma ed a Ferrara. In epoca ben precisa, un ramo della famiglia Paganini si stabilì a Genova, forse nella persona di quell'Antonio marito i Teresa Bocciardo e padre del celebre violinista Nicolò. E' da ritenere che dal ramo paterno di Nicolò Paganini abbia avuto origine la famiglia di questo cognome oggidì residente in Padova(2). - Uno Jacobus Paganinus, insieme ad altri della Comunitatis Hostiliæ, il 7 settembre 1665, giurò fedeltà al duca Ferdinando Carlo Gonzaga, di Mantova(10). (Mantova) Arma: Spaccato d'argento alla testa di moro al naturale d'azzurro al giglio d'oro. (Veneto) Arma: Spaccato nel 1° d'oro alla testa di moro di nero bendata d'argento nel 2° d'azzurro al giglio d'oro(9). Quando due stemmi denotano la stessa matrice o figure comuni, le differenze sono dette brisure e servono ad indicare  due rami della stessa casata.

PASETTO/I(2)- (Ferrara) Arma: Nobili di Ferrara, oriundi di Bologna. Arma: D'oro alla colomba rivolta d'argento tenente col becco un ramo d'ulivo di verde, posta su di un monte di tre cime di verde il tutto accompagnato da un arcobaleno in sbatta di rosso, d'argento e di verde (9). 

 

PASINI(2) (4)  - Pase come Pace, Pasini come Pacini. (Padova) Arma: D'azzurro a cinque stelle poste in decusse (croce di S. Andrea) d'argento(9). Famiglia antica, donde discese Bartolommeo, che nel 1413 fu bandito dalla Veneta Repubblica come fautore [favorì] d'Antonio e Bruno Della Scala(5).

PASQUINI - (Ferrara) Arma: Di rosso allo scaglione d'argento accompagnato da tre stelle d'oro(9).

 

PAVAN/I Dal ramo di Modena uscì Fulvio Pavan, dottore e professore di diritto verso il 1573 nell'Università di Ferrara. Pavan o Pavani che si erano stabiliti nel Veneto avevano due stemmi per distinguere un ramo dall'altro(2). - Etnico: di Padova. Pavani (Veneto) Arma: D'oro a due bande doppiomerlate di rosso, accostate in capo da aquiletta al volo abbassato di nero(9).

PECCHIO - Nobili di Milano, signori di Montesiro. Arma: Di rosso alla fascia di rosso sormontata da un'aquila di nero(9).

PERAZZINI - Perazzini Marino, Sustinenza lo ricorda tra i suoi militari [ndr. dispersi in Russia] dei quali da paesi dell’Est europeo non è più pervenuta notizia.

PEREZZANI - Perezzani Vittorino, Sustinenza lo ricorda tra i suoi militari [ndr. dispersi in Russia] dei quali da paesi dell’Est europeo non è più pervenuta notizia.

 

 

PERINI - Etnico: di Peri.

PERONI - Chiarissima in Milano ed anche in Piacenza, e da questo sangue discese l'antico Cristoforo Peroni, che probabilmente sul principio del secolo decimoquinto si pose ad abitare in Verona. Paolo nel 1441 ebbe luogo tra' nostri Canonici. Giò Luigi e Pietro nello stesso secolo furono Professori di Jus Civile, e questo secondo nel 1497 venne ascritto al chiarissimo Collegio dei Giudici. Luigi l'anno 1565 ebbe la carica di Cavaliere di Comune. Nel 1514 questo casato ottenne l'aggregazione al Nobile Consiglio, di cui furono parte Bartolomeo nell'anno 1526, e Luigi nel 1567(5) .

 

 

PESENTE/I(1) (4) - (Legnago) Arma: Spaccato nel 1° di all'aquila d'argento membrata di rosso;coronata d'oro; nel 2° d'azzurro ad una bilancia d'argento coi piattelli d'oro(9).

 

 

PETERLE

PIAZZA Discesero dalla Germania in Italia al seguito dell'imperatore Ottone I (IX secolo), nella persona di Cristoforo Piazza. Si Propagò ben presto nella Romagna e Lombardia. Dalla famiglia Piazza uscirono uomini di altissima considerazione, investiti di dignità nobiliari ed ecclesiastiche. Ebbe anche un culto negli altari del Beato Francesco Piazza(2). - Piazza Ferdinando, Sustinenza lo ricorda tra i suoi combattenti caduti.

POZZANI - Pozzani Maggiorino, Sustinenza lo ricorda tra i suoi militari [ndr. dispersi in Russia] dei quali da paesi dell’Est europeo non è più pervenuta notizia.

REANI - Etnico: di Reana (UD).

 

RIZZI - Famiglia cremonese trasferita in Verona sul principio del decimoquinto secolo dal notajo Pietro figlio di Zanino, e da esso probabilmente discesero i nostri conti Rizzi, i quali nel 1517 vennero aggregati al ripurgato Nobile Consiglio patrio, e tennero in varj tempi onorevoli magistrature(5).

RODEGHER - Etnico: di Rodigo (MN).Rodegher Germano (sergente), Sustinenza lo ricorda tra i suoi combattenti caduti.

ROLFI - Abbreviazione di Rodolfi. Alla base é il nome di origine germanica Rodòlfo, formato da hroth- "fama, gloria" e wulfa- "lupo", con significato originario di "lupo glorioso".

 

ROMANIN JACUR - Un Baptista Romaninus, insieme ad altri della Comunitatis Hostiliæ, il 7 settembre 1665, giurò fedeltà al duca Ferdinando Carlo Gonzaga, di Mantova(10).

 

 

 ROSSETTI/O(3)

ROSSI(1) (2) (3) (4) Famiglia abitante a Verona forse prima del secolo decimoquarto (5). -Un Antonius Rissis, insieme ad altri della Comunitatis Hostiliæ, il 7 settembre 1665, giurò fedeltà al duca Ferdinando Carlo Gonzaga, di Mantova(10). Sono numerose le casate omonime dei Rossi, le più circonvicine sono:  Rossi (Legnago) Arma: Spaccato d'azzurro e d'argento; al destrocherio (braccio destro) sul tutto armato al naturale, movente dal fianco sinistro e tenente una spada in palo d'argento elsata d'oro(9). Rossi (Verona) Arma: Spaccato nel 1° d'azzurro al leone nascente di rosso e tenente una mazza d'armi d'oro; nel 2° di verde ad una conchiglia d'oro movente dal capo (9)

 

ROSSIGNOLI - (Milano, oriundi da Intra) Arma: D'argento all'ulivo sradicato al naturale, sulla campagna di nero caricata di un fulmine in sbarra d'argento, con un rosignolo in atto di bere al naturale, ed altri tre rosignoli sul fogliame dell'albero al naturale.

 

 

ROSSINI

SALORNI - Etnico: di Salorno (VR)

SANUDO/SANUTI - (Venezia) Ramo dei Candiano. Nobili di Venezia. Arma: D'argento alla sbarra d'azzurro (9).

 

 

SARTORI(2) (4) I Sartori, sono nobili di Bassano Vicentino (Del Grappa) ciò riscontrasi nel catalogo delle famiglie nobili di quella città formato ed approvato dal Veneto Senato nel 1726, a Vicenza, a Teolo-Padova (1799), a Bologna.

SBIZZERA - Sbizzera Angiolino, Sustinenza lo ricorda tra i suoi militari [ndr. dispersi in Russia] dei quali da paesi dell’Est europeo non è più pervenuta notizia.

 

 

SCAPINI/SCAPPINI Prerogativa di "scalzi", che vanno a piedi nudi. Arma: D'azzurro alla fascia d'argento, caricata di tre stelle (6 punte) d'oro(3). SCAPINI (Padova) Arma: Di rosso alla fascia d'azzurro a tre stelle d'argento(9).

SCHIAVI -Etnico: di Schiavon (VI) o Schiavonia (PD). In minore concorrenza c'è un corpo militare speciale del '600 che in ultimo furono detti "schiavi"(8).

 

SEREGO-ALIGHIERI -(2) (5) - Serego (Verona)  Nobili di Verona e Vicenza. Arma: Di rosso a tre spade d'oro in banda una sull'altra; al capo (il terzo superiore dello scudo) d'oro all'aquila coronata di nero. Alighieri (Toscana) Ramo dei Cacciaguida. Nobili di Firenze Arma: Partito d'oro e di nero; alla fascia sul tutto d'argento. Alias. D'argento alla croce trifogliata e vuota d'azzurro (9)

SOAVE - Etnico: da Soave.

 

TOBALDINI .-alterato e derivato da Tobaldi/Teobaldi/Tebaldi, ha alla base il nome di origine longobardica Teobaldo, documentato in Italia a partire dal X° secolo. L’etimologia è composta da theuda- “popolo”, che è uno degli elementi più comuni nell’ onomastica germanica, e baltha “audace, ardito, valoroso”, il significato originario potrebbe essere “audace nel suo popolo, valoroso tra il popolo”

TOFFANELLO/I -Tofanelli (Ferrara) Arma: D'azzurro alla stella di otto raggi d'oro, accompagnata da otto stelle poste in arco d'argento(9)

TOLLINI - Etnico: di Tolle

TONEL/TONELLI -  (Antonelli)

TORRESANI - Etnico di Torreselle (VR)(VI). (Trentino) Baroni. Arma d'azzurro alla torre di due pani d'argento finestrata di nero, aperta del campo, accompagnata da tre stelle male ordinate d'oro (9). Famiglia da Bergamo trapiantata in Verona nel 1415, dalla quale uscirono il celebre nostro storico Antonio, e Francesco suo fratello nel secolo decimosettimo, ambedue nominati dal Maffei . Un'altra famiglia con lo stesso cognome fu fazionaria e potente in Verona, e nel 1239 bandita da Federico II (5).

TOSATO - Tosato Arturo, Sustinenza lo ricorda tra i suoi combattenti caduti.

VANINI/VANIN I Vanin, chiamati anche Vanini, appartengono alla medesima famiglia fiorentissima a Venezia fino al 1379; nel quale anno un Vanin Andrea è testimonio a Napoli in un atto di noleggio da parte della Repubblica Veneta di certi navigli armati. Si può dire che da Pesegia, abbiano avuto la culla gli innumerevoli Vanin o Vanini, emigrati in epoche diverse oltre che a Venezia, in Francia, a Bologna ed a Legnago. Nel principio del 1700 la famiglia Vanin fa capolino a Legnago, inalza un palazzo, si industria, lavora, e lascia di sè buona memoria (2).

VECCHINI - Vecchini Letterino e Vecchini Romeo, Sustinenza li ricorda tra i suoi combattenti caduti.

VESENTINI/VICENTINI(5) - Visentini Gino, Sustinenza lo ricorda tra i suoi combattenti caduti.

VIGOLO - Toponimi vigo sono: Bonavigo, Vigasio, Vigonza, Vigorovea, &cc.  Una circoscrizione era divisa in Pagus (capoluogo), locus (località), vicus (contrada).

 

ZACCHI/ZACHI/ZACCO(4) - (Padova) Spaccato d'argento e d'azzurro(9).

 

ZAGO Essi appartengono ad una famiglia di Vicenza, ricca ed ornata di uomini illustri per la nobiltà del sangue et per scietia. Nel 1260, così continua una cronaca vicentina, furono Cristoforo et Giufredo quondam (fu) Marco Zago i loro maggiori. In seguito i Zago esercitarono il notariato, ottennero la cittadinanza di Vicenza nel 1660, ed ottennero in quel consiglio nobile nell'anno 1732. Zago Ortensio di questo ramo, per il suo valore nelle scienze matematiche ed idrauliche, venne insignito col titolo di cancelliere e di conte dalla Repubblica Veneta, come venne registrato nei sopra feudi nel 1730(2). - Etnico: di Zago (PD). Arma (di Vicenza): D'azzurro alla fascia d'argento caricata di una frangia increspata di rosso; accostata in capo da un sole d'oro; ed in punta (la parte più bassa dello scudo) da un avambraccio in palo vestito di rosso, movente dalla punta e coll'indice levato, il braccio accostato da due stelle d'oro(9).

 

ZANCHETTA - Prerogativa della mano "zanca": mancino. Arma (Vicenza) - Braccio destro uscente da sinistra vestito di rosso afferrante con la mano di carnagione una spada di argento posta in palo appuntata in bilico ad una bilancia di oro i 2 piatti affiancati da - 2 gigli di argento tutto su azzurro (Cfr.Spreti Vol.6°, pag. 994).

ZANE(4) - Alterato e derivato da Zani,>Zanni, >Gianni, Giovanni.

Fu tra le prime fondatrici di Venezia ed amministrò più volte il tribunato nei primordij del governo repubblicano. Un Sebastiano creato Doge nel 1173, celeberrimo, maneggiò felicemente la riconciliazione dell’Imperatore Federico Barbarossa col Papa Alessandro III°. Pietro suo figlio, che avea sposato Costanza figlia di Tancredi re di Sicilia., gli succedette nella suprema dignità di Doge nel 1205.

E’ numerosa la serie di Prelati, Ambasciatori, Generali e Senatori che illustra questa Casata.

ZANETTI(3)(4) - Alterato e derivato da Zani, Zanni, Gianni, Giovanni. Un Joanne Baptista Zanettus, insieme ad altri della Comunitatis Hostiliæ, il 7 settembre 1665, giurò fedeltà al duca Ferdinando Carlo Gonzaga, di Mantova(10). Questa famiglia è iscritta nel Libro d’oro di Murano, vi compare tra le 66 più chiare di riputazione nonché per la maestria nell’ arte vetraria, arte che gli consentì agiatezza e cultura e modo di elevarsi a toccare incarichi pubblici, diede infatti numerosi Deputati e Camerlenghi del Comune. La casata figura promotrice delle Oselle (medaglie/monete), coniate nel 1693-1699(Marco Zanetti, camerlengo ossia tesoriere) -1769-1770-1771(sul dritto C. Zanetti, sul roverso Francesco Zanetti)- 1772-1785(sul roverso Marco Zanetti)- 1786 (sul roverso Marco Zanetti)- 1795(sul dritto Marco Zanetti)- 1796(sul dritto Marco Zanetti); dette Oselle sono visibili presso il Museo Civico di Murano. Uno studio molto diligente è stato fatto dal cittadino muranese Stefano Zanetti, professore della Scuola di disegno annessa al Museo Civico. Il cavalier Zanetti, direttore del museo fece dono al medesimo ente di un’Osella del 1789.

ZANIBONI(5) - (Verona) Arma: Inquartato d'oro e d'argento(9).

ZERBIN/I - Nobili di Modena. Arma: D'azzurro al leone d'argento tenente un ramo di rose fiorito di tre pezzi al naturale; al capo d'oro a tre stelle; sostenuto di rosso a tre stelle d'oro(9).

ZUCCHELLI (MAZUCCHELLI) - Un Joannes Mazucchelus, insieme ad altri della Comunitatis Hostiliæ, il 7 settembre 1665, giurò fedeltà al duca Ferdinando Carlo Gonzaga, di Mantova(10).

ZULIANI/ZULIAN  In un codice del 1550 circa, si legge che i Zuliani - homini di grandissimo intelletto et amatori della patria - sono di origine greca,e furono una delle prime famiglie venute a Venezia.I Zuliani furono poi, con i loro discendenti, inclusi nel Maggior Consiglio alla serrata del 1297. Avevano un palazzo a S. Fosca (VE): ricca abitazione di quel Paolo Zuliani, più volte ambasciatore, che nel 1382 ricusò per modestia la sua elezione a duca di Candia. Suo nipote Andrea, celebre letterato, era di così spigliato ingegno, che improvvisava magnificamente qualunque discorso. Tra gli uomini d'arme c'é un Andrea Zuliani, che difese valorosamente, nel 1439, il castello Vecchio di Verona. (2) (4) - (Veneto) Arma:  Spaccato d'argento e d'azzurro (9). Arma (Veneto): 3 stelle (8raggi) poste 2,1 partite di rosso e di argento su partito di argento e di rosso - porta di nero chiusa e sbarrata con catenaccio dello stesso con stipite e cernice bugnato di pietra al naturale su oro(Cfr. Spreti 6°pag. 1043).

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Araldica

Lo stemma, o più precisamente l’arma, è una espressione dell’arte araldica, un tempo caricata  di privilegi ed insegna di nobiltà, oggi tanto diversa da valere solo come archeologia familiare, orgoglio e vanità di radici ritrovate e nuovamente custodite.

L’uso dell’araldica risale all’epoca delle crociate e dei tornei cavallereschi, da prima come semplice necessità dei cavalieri celati nelle armature di rendersi identificabili. In funzione di questo scopo, entra in uso il dipingere con gli smalti più appariscenti le proprie insegne, soprattutto lo scudo. Nata senza sofismi, l’arte araldica si é via via raffinata sostituendo ai semplici tratti di colore, ogni figura dell’immaginario popolare che indicasse: audacia, coraggio, forza, dominio, vittoria; o semplicemente parlasse implicitamente del proprio cognome. E’ errato credere che l’ uso degli stemmi sia riservato unicamente ai nobili, esso infatti si diffuse anche presso le famiglie borghesi cittadine e contadine abbienti; prova ne sia la fioritura che ebbero in Svizzera, o a San Marino, che pure furono sempre repubbliche. Talvolta i titoli nobiliari, cessarono poiché per più secoli i titolari, soprattutto di parte guelfa, non se ne curavano, altre volte venivano insigniti ad intere popolazioni di cittadine che un sovrano intendeva premiare per fatti d’ armi gloriosi. Anche le antiche corporazioni e gli ordini religiosi insignivano i loro associati di titoli ed insegne. La Costituzione, che ha abolito la Consulta Araldica e con essa ogni decreto che la regolamentava come materia giuridica, consente ora a ciascuno di fregiarsi liberamente di propri stemmi per pura cultura.

 

Avvertenze: La compilazione è solo iniziata, ho molto materiale disponibile che introdurrò in continuazione, tornate a guardare. Si tratta di un'accurata ricerca bibliografica, fatta da prima ritrovando i testi di araldica e genealogie antiche, organizzando le notizie più circonvicine, a partire da: Veneto, Verona, Distretto di Legnago e località limitrofe a Sustinenza. Niente può certificarne tuttavia la diretta attribuzione alle famiglie con medesimo nome attualmente qui residenti. Sono gradite aggiunte ed emendazioni - Aldo Marchesini

 

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Lo stemma comunale di Casaleone

UNA RILETTURA, CONSERVATIVA E STORICA DEL NOSTRO STEMMA COMUNALE.

Nonostante lo stemma comunale sia l’emblema e punto di partenza della coesione cittadina, quando si tratta di descriverne il significato simbolico, a malapena è possibile “decantarlo” con qualche balbettata improvvisazione.

Frequentemente, poi, l’insegna dell’accordo cittadino, è resa apocrifa o immiserita da approssimative trascrizioni grafiche. Il nostro vetusto “testimone” che pure una staffetta di secoli ha voluto tramandarci, si è ridotto nel nostro tempo - paradossalmente definito la civiltà dell’immagine - spesso, a fare da comparsa muta, svestita del suo simbolismo per soccombere a maniere frettolose e poco rispettose della sua conservazione, eppure l’insegna cittadina non è un addobbo formale, ma il fregio in cui si appunta e s’impregna la luce del valore comune, l’amore attivo e l’interesse per la comunità.

 

Descrizione dello stemma  

 Casa nascente dal fianco destro accostata ad un leone d'oro passante su di una pianura erbosa movente dalla punta.

 

Origine dello stemma

Al momento di decidere quale fosse l’archetipo più antico da inserire nelle figure per rappresentare la storia ed il vissuto paesano del nostro Comune, l’ispirazione non ha attinto da qualche remota matrice feudale locale, ma ha preferito lo stemma parlante che riproduca letteralmente il nome: “casa-leone”; una semplificazione che è anche prerogativa di una composizione recente, probabilmente vicina al 1862 periodo del riordino civico successivo all’Unità d’Italia.

 

Leone fermo.

Scudo tondo con volute ornamentali e fettucce di carta sec. XVII XVIII.

Leone passante.

Arte Araldica

Gli stemmi sono costruiti con un frasario e dei canoni molto disciplinati, un'architettura detta blasone. Avranno sempre due partizioni, una in metallo: nel nostro caso il leone d'oro, e l’altra di smalto colore, per noi il cielo azzurro; circa la casa non è precisato il colore, ma tipicamente si raffigura in tinta mattone con i profili neri o al naturale.

La grafica sarà essenziale, non sono ammessi abbellimenti inutili, ad esempio la pianta è un'inosservanza, così come i ciuffi d’erba, che come vedremo spostano la definizione della partizione.

¾ Lo stemma raffigura: la casa, è sul bordo, ma anche questa è una semplificazione “non consentita”, infatti «le figure non devono toccare i bordi dello scudo» (Cfr. Dizionario araldico – Pier Guelfi Camaiani, ed. Hoepli).

¾ La casa non si può definire “nascente” poiché si dice per animali che sorgono da una partizione/pezza araldica, o dalla  “punta”(parte inferiore sporgente dello scudo), ma semmai “movente” in quanto figura inanimata.

¾ Quello con la grafica più datata (vedi illustrazione centrale) raffigura una terza inosservanza: il leone non è “passante”, «E’ d’uopo notare che la gamba destra degli animali nella posizione “passante” deve essere collocata innanzi alla gamba sinistra, la posizione corretta é “fermo”; o come poi rettificato (vedi terza illustrazione).

¾ La “pianura”, è la “campagna” ridotta d’altezza. La “campagna” occupa la terza parte inferiore dello scudo. Inoltre, dove sia presente la scabrosità del terreno dicesi “terrazza”.

 

Simbolarium

 

Casa : Domus dell’amore per la famiglia.

 

Leone: “Che c’è di più forte del leone?”(Bibbia). "Che di leon avea faccia e contegno”(Dante - Inferno, c. XVII°, v. 59). Simboleggia la Forza, la Grandezza, il Comando, il Coraggio e la Magnanimità. Il leone, è anche nell’immaginario veneto per essere il simbolo dell’evangelista Marco, fregio adottato dalla Serenissima Repubblica di Venezia, del Veneto. Lo stemma di Casaleone, assegna al leone una postura di guardiano della casa. La coda non è rilassata e cadente tra le gambe ma suggerisce una posizione d’attenzione, senza ostentazione di ferocia, "disarmato" (senza unghie a rampini, non è lampassato ossia con la lingua di fuori ansimante  tra le fauci aguzze). Un animo quindi che non si rappresenta gonfio da vanità (come quello rampante), ma vuole accompagnarsi ad un'ispirazione di mansueta intrepidezza, «che non viene abbracciata che dai forti e gagliardi uomini pe’l pubblico bene». Il leone non guarda mai il nemico per non spaventarlo, acciò che più animoso venga all’atto dell’azzuffarsi, poi con lento passo, o salto allegro si rinselva.

 

Oro: quando è illustrato in bianco/nero viene surrogato punteggiando il campo, quando dipinto o in tessuto, sarà colore giallo. Simboleggia il sole, luce nobilissima dell’universo che splendidissima corona denota la virtù della libertà, con significato: splendente, preminenza, autorità, forza, fede, ricchezza ed il comando. E’ simbolo di purità, del giusto perseguitato, della virtù esperimentata e della speranza ferma; e l’antiche leggi vietarono che alcuno non ardisse di portar oro, che non fusse Nobile o Cavaliere.

 

Azzurro: quando è illustrato in bianco/nero sarà surrogato da un righettato orizzontale. Chiamato d’alcuni Turchino, Veneto, Giacinto e celeste. Questo colore essendo quello della volta celeste ha simbolizzate tutte le idee che salivano alte. Rappresenta la Fermezza incorruttibile a somiglianza  del cielo che non è soggetto a corruzione, né a mutazione; di Gloria poiché questa s’innalza sulle cose terrene; della Virtù dote celeste. Esprime la Vigilanza, la Fortezza, la Costanza, l’Amor di Patria, la Vittoria e la Fama. L’azzurro non va saturato fino ad essere confuso con la nuance  blu, il blu in araldica semplicemente non esiste.

La corona muraria comunale è formata da un cerchio aperto da quattro posterle (tre visibili), con due cordonate a muro sui margini, sostenente una cinta, aperta da sedici porte (nove visibili), ciascuna sormontata da una merlatura a coda di rondine, il tutto d’argento e murato di nero.

 

- Aldo Marchesini

 

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Fonti bibliografiche

(1) Le Antiche Famiglie Legnaghesi in epoca veneziana – Alberto Avrese – ed. Anabasi

(2) Libro d’Argento delle Famiglie Venete – Giovanni Dolcetti – ed. Forni

(3) Stemmi delle Famiglie di Padova del secolo XVII – A. Ricciotti-Bertagni

(4) Repertorio Genealogico delle Famiglie confermate nobili esistenti  nelle Province Venete –  Francesco Schröder – ed. Forni

(5) Famiglie già ascritte al Nobile Consiglio di Verona – A. Cartolari – ed. Forni

(6) Cenni Sopra Varie Famiglie Illustri Veronesi – Antonio Cartolari – Tipografia Paolo Libranti

(7) Armorial Général by J. B. Riestap -  Heraldry Today – London.

(8) Dizionario dei cognomi italiani –Emidio De Felice – ed Oscar Studio Mondadori.

(9) Enciclopedia Araldica Italiana – Angelo G. M. Scorda – Libreria Talozzi Genova.

(10) Memorie Ostigliesi - Dante Tinti - Ed. E. Strani, Ostiglia. -Alla morte di Carlo II° Gonzaga duca di Mantova, gli succedette nel dominio il figlio duca Ferdinando Carlo Gonzaga che essendo appena tredicenne lasciò l’assunzione della reggenza alla madre arciduchessa  Clara Isabella, per l’occasione fu sollecitato un plebiscito affinché la Comunità Ostigliese prestasse  un giuramento di fedeltà nelle mani dell’arciduchessa per legittimare il figlio quale successore. Furono convocati i capifamiglia delle terre e del castello di Ostiglia, alla riunione del 7/9/I665 presenziarono le autorità della comunità e molti cittadini, sia pure tramite delega.

(11) Ellis Island - Port of New York - Passengers Records

(12) Dizionario Storico - Blasonico delle Famiglie Nobili e Notabili Estinte e Fiorenti - G. B. Crollalanza - Ed. Forni

- Casaleone - Corografico d’Italia – Valardi – 1867

Sono graditi contributi ed aggiornamenti

 

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