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BACHECA

Uno spazio per curiosi, stanziali e turisti. Per chi non tace. Arti, lettere, riflessioni, emozioni a mano libera, di chi si gusta anche solo di suprema semplicità. Da, e per, i frequentatori che vogliono sostare a condividere il frizzore della tregua totale, di quando gli animi irrequieti sono a casa.

(Cortesia di Gianni Martini)

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 CONCERTO DELL'IMMACOLATA 2013

(Cortesia di http://worldtv.com/tele_carpanea/web)

 

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Comune di Casaleone

Ass. Servizi Sociali in collaborazione con le Associazioni

13 ottobre 2013

(foto Maristella Paolo Bazzucco Boron)

 

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  LA NOTTE DI SAN GIACOMO 2013: Il Film 


   LA NOTTE DI SAN GIACOMO 2013: Le Foto  

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I Gatti e i rintocchi di Sustinenza.

Audio di M.P.

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La Stazione di Casaleone

 

Mio padre aveva un negozio di tessuti a Maccacari, ma infrasettimana vendeva anche da ambulante percorrendo

con la sua Fiat Giardinetta Belvedere, caricata di stoffe, le corti ed i casali dei paesi vicini.

Sicché, quando arrivava la fine della scuola (io frequentavo la 3^ elementare) parlo del 1959/60, lui mi portava addietro -a vendere- ed io ero contento perché mi sentivo d’aiuto e accompagnato alla scoperta del mondo allargato, di là della sola piazza del mio paese.

 

Ho percorso molte volte anche la strada del “Pascolo” e di “Facciabella” e superato la linea ferroviaria, di solito senza badarci. Tanto diverso, quando per mia fortuna trovavamo il passaggio a livello chiuso, allora mi mettevo in attesa del treno e come tutti i bambini ad immaginare la meraviglia di dove conducesse.

Le sbarre che io ricordo, non sono quelle elettriche che scendono avvisando scampanellando, erano ancora ai primordi con due barriere a cancello, chiuse e riaperte a mano.

 

Mio padre ed io nell’unica auto probabilmente transitata nella giornata, restavamo fermi in attesa per una decina di minuti.

 

Quando finalmente si avvicinava il treno, l’eccitazione di mio padre mi avvisava: «la “_ittorina”, la “_ittorina”»; non capivo bene.

 

Per qualche tempo la parola “Littorina” non trovava nel mio vocabolario infantile nessuna corrispondenza, così per me, era tradotta in un senso più domestico con la: “Vittorina”, di certo più pertinente, dato che nel mio immaginario esisteva una signora Vittorina Toffola (sicuramente Toffolo, liberamente coniugato al femminile). La fugace apparizione, consisteva in due o tre vagoni, marroni come il cioccolato che sferragliavano, senza la linea elettrica sopra e senza sbuffare vapore.

 

Il saluto al passaggio dei vagoni era d’obbligo, non era un gesto con la sola mano ma più ampio e liberatorio, mi piaceva salutare, non tanto la gente trasportata che neppure si vedeva, ma il treno per se stesso. Appena ripresa la strada, ma ancora in prossimità dei binari, in un tratto di campagna incolta si presentavano dei laghetti di 2 o 3 metri di diametro colmi d’acqua, alcuni anche con le anatre dentro, insolitamente tutti rotondi e precisi, disseminati in modo irregolare uno vicino all’altro, belli, uguali e senza una funzione riconoscibile.

Papà, come mai questi laghetti? Lui lo sapeva bene: «Non sono lavori di contadino ma crateri di bomba, esplosioni di un bombardamento fatto dagli alleati Americani, colpi destinati alla stazione ed alla linea ferroviaria di Casaleone, per impedire l’impiego dei treni, per ostacolare la fuga delle truppe Tedesche in rotta, contrastare il recupero dei loro armamenti e del saccheggio».

2013- Aldo Marchesini

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CARNEVALE 2013 (http://worldtv.com/tele_carpanea/web)

 

 

 

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Primavera

Da qui in avanti...

E’ toccato agli ultimi giorni di febbraio portare una sveglia mattutina già rischiarata col sole di buonora, chiara e finalmente capace nuovamente di belle cartoline a colori.

Fuori casa lo sguardo in ricognizione vuole cogliere le prime viole inframmiste al tappeto di foglie macerate e la terra dov’è più umida, qualche volta confuse tra i coriandoli viola rimasti sotto le siepi dopo il lancio di Carnevale di qualche giorno indietro.

 

Da lì, lo sguardo era già passato deluso, ma adesso …è tornata la brillantezza, sono sbocciati i fiorellini azzurri e bianchi che tutti chiamano “Occhi della Madonna”. All’appello risponde per primo, il basso dei prati, è il verde che si tinge nelle punte dell’erba, poi rispondono le margheritine. Più in alto, si rompe il silenzio tra i rinsecchiti pioppi che dischiudono le gemme. E’ ritornato il cinguettio di uno stormo di passeri che freneticamente ciangottano una sola nota, smaniosi come chi ha una bella novità da raccontare.

Un mattinale non ancora consolidato e instabile, ancora per qualche giorno altalenante tra giorni d’inverno e giorni di primavera.

 

Prima di andare a dormire l’ultimo sguardo da serrare fuori dalla finestra, un’occhiata tra il cielo e le case davanti a scovare qualche oracolo sul meteo che annunci per l’indomani l’incedere della primavera. L’aria di notte è fresca. In un bel respiro pieno di umido si cerca un qualche profumo di natura e si va a dormire. Solo qualche mattino ancora e già si fa notare il merlo canterino che da voce alla sua solitudine gorgheggiando qualche richiamo. La ritrovata mitezza indubbiamente incomincia alla fine di marzo.

 

Niente che assomigli ad una giornata pur bella d’inverno perché i fiori, per quanto piccoli e appena accennati introducono l’ouverture di una festa della natura ed il crescendo dei suoi colori. Per ora le tinte sono quelle dell’erba, poi più avanti nel mese toccherà ai cespugli ed alle piante. Con il giallo aprono le mimose, poi le forsizie e i fiori di cicoria selvatica. Quest’ultima qualche anno fa era comune andarsela a raccogliere nei prati sotto casa, non solo per farne un piccolo risparmio sulla verdura, ma perché tutti erano ancora dominati dalle loro origini contadine che apprezzano tornare per campi ad annusare un cespo reciso di cicoria tra l’odore di terra ed il buono odore di erba tagliata; una cena forte di gusto ancorché d’amaro, salutare per depurare.

Guardo il cielo, le giornate si allungano.

 

A prima sera, il cielo è tutto dentro il tramonto, e il tramonto, con la sfera rossa del sole, al centro degli occhi, bene aperti, dalle interrogazioni. Questo é il momento in cui ciascuno resta incantato davanti al tramonto. Un consulto che si ripete ogni sera dagli avi delle caverne, ovunque nel mondo. Calendario di ombre sottili o allungate, lungo il ritorno a casa. Messaggio e oracolo di bel tempo, oppure no, per l’indomani. Un volo lento di pensieri, a penetrare i colori e la bellezza, a confutare le misure del creato e dell’infinito che iniziano lì. Un trasporto leggero verso il nucleo e verso l’insieme del tramonto, un florilegio di nuvole soavi ed iridescenti. Fin dove il silenzio si fa udire. Un avanzare a ponente che si ferma, e poi ripiega.

 

Tutto rimandato a domani, quando di nuovo si tenterà di superare la soglia del tempo, inseguendo fin sotto l’orizzonte il sole che scende nell’abisso. Il cielo dipinto di luce, con pennellate forti, un fuoco che arde senza vampe, che attrae senza pericoli, ma come una gigantesca fusione riscalda gli sguardi ed i pensieri. Un granello chiaro e senza colore risplende, é la prima stella della sera, dove la contemplazione si appunta e si fa irrefrenabile il colloquio col Creatore; col cielo abitato.

Aldo Marchesini

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Buriolo de Santa Lucia 2012

Casaleone - loc. Prepaganin

12 dicembre 2012

(foto Maristella Bazzucco e Paolo Boron )

 

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Concerto dell'Immacolata

Coro: "El Castel di Sanguinetto (VR)

Maestro Gianfranco Moretti

 

Chiesa Parrocchiale - San Biagio  - Casaleone

8 dicembre 2012

(foto Daniel Pasetto)

 

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Comune di Casaleone

Ass. Servizi Sociali in collaborazione con le Associazioni

14 ottobre 2012

(foto Maristella Paolo Bazzucco Boron)

 

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"DALLA BEPA"

cortesia di http://giulio1954.com/

Una quarantina di anni fa volevamo cambiare il mondo. Avevamo ereditato dai nostri padri, usciti dalla guerra, la fiducia nell’avvenire e il loro sguardo benevolo sulle nostre utopie. Il mondo sembrava rimpicciolirsi e noi avevamo la sensazione che tutto sarebbe stato possibile, anche forgiarlo ad immagine e somiglianza dei nostri desideri. Eravamo ancora provinciali, ma esploravamo l’esotico, fosse solo a cinquanta chilometri di distanza. Esploravamo anche l’autodeterminazione nella vita, benché questa parola non fosse ancora stata coniata. Sognavamo l’India e gli States, Cuba e il Vietnam, e intanto giravamo le trattorie fuori porta.


Tiziano ne aveva scoperto una spersa nelle Grandi Valli Veronesi, “Dalla Bepa”: si spendeva poco e si mangiava bene. Già arrivarci era un’avventura, soprattutto la notte: si scendeva a Nogara verso Ostiglia e si prendeva una strada bianca, conosciuta da pochi iniziati, che sembrava non finire mai e che, a rischio dell’annegamento nei fossi da cui era protetta, portava a questa vecchia casa colonica. Lì ti accoglieva una vecchia signora, burbera nei modi quanto abile in cucina, che ti faceva accomodare in una sala riscaldata con la stufa. Non ricordo quale fosse il rituale, ma ricordo quanto stessimo bene e la scoperta della delicatezza delle carni del luccio e la dolcezza e la fragranza del pesce gatto fritto.


Poi, i vortici della vita mi allontanarono da Tiziano e “Dalla Bepa”. Fino a qualche settimana fa quando, casualmente, con alcuni amici si torna a parlare della “bella età” e scopriamo che tutti abbiamo frequentato quella trattoria. Franco dice che è ancora aperta; la vecchia signora è mancata, ma la trattoria funziona ancora. La decisione è subitanea: ci si torna assieme ad Ognissanti.
Ieri la giornata era bella e dunque si mette insieme anche un giretto in moto. Umberto e Paola non saranno dei nostri perché la motocicletta è in officina e con loro ci si ritroverà all’una alla trattoria.


Franco ha il compito di guidarci lungo le sue strade visto che è uomo della “Bassa” e svolgerà egregiamente il compito.
Non partiamo tanto presto, ma le foschie ci accompagneranno lungo tutto il percorso. Lasciamo la periferia sud di Verona e dirigiamo a Vigasio. Da lì verso Trevenzuolo. La campagna appare sfatta, come il tavolo dopo un banchetto. I resti delle verdure raccolte tappezzano il terreno, agghindati di guazza in cui si rifrange la pallida luce del sole.


La strada non ha le attrattive dei percorsi collinari e montani, ma è divertente quando presa con il dovuto rispetto. Lunghi rettilinei terminano bruscamente con curve a gomito disegnate sulla mappa catastale e la sfida è mantenere la velocità in questi improvvisi cambi di direzione.
L’aria è satura dei densi odori di stallatico, enfatizzati dall’umidità dell’aria ferma.
Fantasmi scheletrici di grandi “boarie” sfilano grigie intorno a noi; molte costruzioni sono in abbandono oppure crollate, eppure l’insieme conserva una sua magnificenza: la casa padronale o la villa circondata dalle abitazioni dei mezzadri e le barchesse che fanno quadrato intorno alla grande aia, oggi vuota.


Nei campi incontriamo aironi grigi e garzette che spiccano il volo al nostro avvicinarci. Vorrei fotografarli, ma so che se fermassi la moto, si allontanerebbero immediatamente e dunque mi accontento di osservare l’incedere legnoso e sgraziato e l’eleganza del loro battito d’ala.
A Pontepossero sostiamo attratti dal fosso che circonda un ampio parco. Scopriamo trattarsi della “Grimana”, fossato che circonda Villa Grimani discretamente appartata nel verde e fatta erigere dalla nobile famiglia veneziana omonima che diede tre dogi alla Serenissima. Il fosso si getta nel Tione, fiume di resorgiva che nasce nella pianura e nella pianura si confonde con altri corsi d’acqua: Tartaro e Canalbianco.
A Pontepossero il corso d’acqua è bloccato da un mulino, le pale in quiescenza, che dà riparo e godimento ad una piccola colonia di colombi.


Proseguiamo fino a Bonferraro, patria di Antonio Ascari e grande campione di automobilismo prima del figlio Alberto, dove imbocchiamo la strada regionale 10 in direzione di Castel d’Ario, borgo famoso per il risotto e per avere dato i natali ad un altro grande campione: Tazio Nuvolari. Per il risotto è ancora presto e nella casa che fu del pilota non resta traccia di lui e dunque avanti verso Barbassolo e Barbasso.
La strada ora è delimitata da due fossi pieni d’acqua e tracciata con una fucilata. Apriamo il gas in barba a qualsiasi timore di autovelox e il rombo dei motori spaventa aironi, falchetti, ratti e gabbiani, che si levano alti protestando a gran voce.
Giriamo un po’ a vuoto verso Mantova, delusi dall’inurbamento industriale e torniamo sui nostri passi e giù verso il Po. La meta è San Benedetto Po, grosso borgo famoso per l’Abbazia del Polirone.
L'Abbazia fu fondata nel 1007 dal conte Tedaldo di Canossa e, al tempo della lotta per le investiture, fu uno dei principali centri di diffusione della riforma gregoriana nell'Italia settentrionale. Ospitò anche la tomba di Matilde di Canossa, prima che il corpo fosse traslato nella basilica di San Pietro a Roma. Oggi si conservano tre chiostri, il refettorio grande, l'infermeria nuova e la basilica, rifatta da Giulio Romano a partire dal 1540.


La Basilica ci stupisce e il chiostro di San Benedetto ci incanta con la sua armonia; vi passeggiamo a lungo accarezzati da un raggio di sole.
Si è fatto un po’ tardi e gli amici ci aspettano. Riattraversiamo il Po e corriamo lungo il suo argine settentrionale fino ad Ostiglia e Bergantino. Lì ci tuffiamo nelle Grandi Valli Veronesi, un deserto di zolle solcato da canali e canaletti che irreggimentano le acque. Fino al 1860 questi territori erano a paludi perpetue dove “attecchiva sola la carice e dove barbicavano piante salicacee”, ma nello stesso tempo era un luogo “dove pescatori e cacciatori trovavano a loro agio da riempire rete e carnieri”. Dopo la bonifica, trasformati in proletari, si trovarono nel piatto sempre e soltanto polenta.
Non sarà così per noi che, seduti al tavolo alla trattoria “Dalla Bepa”, mangeremo frittura di “pessin”, risotto con la carne di luccio e di anguilla, pesce gatto fritto. Concluderemo con un sorbetto preparato al momento con ghiaccio, vodka e spumante e non travasato da un bottiglione, come capita in tanti posti.
Una passeggiata verso il pioppeto ci favorisce la digestione e poi, a malincuore, si torna verso casa, verso un domani incerto.


Fonte: http://giulio1954.com/

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MAGGIO: DOLCESENTIRE

 

Quando la luna piena di maggio, si alza lenta e grande dall’orizzonte, mentre da rossa si rischiara consumando il nero del cielo, e la sera diventa un silenzio che ti lascia cogliere i battiti della ruota delle stagioni, segnando il punto in cui anche la finestra della camera resta aperta per dare al sonno un beato fiato d’aria più fresca, mentre il caldo vorrebbe di no, la finestra aperta, si fa grande orecchio steso sui richiami del piccolo popolo della campagna, un vicinato dimenticato appena dopo l’estate, ma adesso ritornato a dirsi presente. Un rincorrersi nuovo, puntuale e secolare; palpiti che il fare mite della sera ispira a qualsiasi specie.

La sera, per quanto silenziosa non può tacere il verso delle rane, quello di un uccello che gorgheggio solitario, le cicale con i grilli e i rintocchi del campanile con l’inevitabile conta delle ore. Anche il linguaggio di punti e linee delle lucciole privo di suono, si può ben figurare.

 

Lo stesso l’acqua che scivola nella piccola roggia, ugualmente muta alla carezza dell’erba che dalle sponde ne riga la superficie lieve quanto l’archetto di un violino prima che produca la nota.

 

Il soffio d’aria che dischiude la leggera tendina sull’intimità della casa, porta anch'essa delle note, ora la fragranza di sambuco in pieno fiore, ora di caprifoglio o di robinia, …e il planare di una zanzara subito respinto.

 

Arriva nello scorrere dei pensieri l’istante, impercettibile in cui le meditazioni si animano di visioni a ritroso. Sento le foglie del grande pioppo friggere nell’aria come quelle che una sera dove, rimasto a dormire in campagna dai nonni, con la percezione sbadata di ragazzo, non mi sono reso conto di essere immerso nella bellezza sublime ed effimera di un gran quadro pieno di persone, della letizia di bambino contornata ancora da tutti i parenti: i nonni, gli zii, i cugini; tutto un irripetibile vibrare amorevole concentrato nella grande casa avita. Modesta architettura rurale che si definisce spontanea, bassa con le finestre piccole, disposta appena un campo fuori dalla strada che porta in paese.

 

E’ per questo che già a sera la casa dei nonni si perde nel buio, in fondo ad una stradina, che se non fosse per la luce che filtra dalla finestra della cucina rimarrebbe invisibile. Sopra il grande tavolo pende, infatti, una lampadina a vista abbellita appena da un piatto in vetro colorato e sagomato ad onde che s’infittiscono intorno al centro per far rifletterne il suo chiaro verso il basso, sulla tovaglia, che sul far della cena rifrange anche il gusto del pasto serale apparecchiato.

Nell’identità di una casa ci sono anche gli odori di cucina, diversi se prodotti dalla cucina economica a legna, o come adesso, nella stagione calda prodotti dai fornelli. In entrambi i casi sentivo nel profumo di cibo cucinato una comune matrice con casa mia e le stesse modalità di mia madre.

 

La cucina, era il focus della casa, tra tutte le stanze la mia preferita. Sul lato opposto, speculare alla cucina, c’era la sala. La stanza più formale ed elegante, tenuta sempre in ordine e riservata alle sole funzioni di rappresentanza per visitatori di riguardo. Anche le altre stanze “quelle di sopra”, per definire le camere da letto, avevano il loro fascino. A sera, me le ricordo rischiarate con una luce fievole, troppo poca per fugare gli spettri che inseguono i bambini nell’età delle paure. Da grandicello ho poi pensato che fosse una casa sempre benedetta, non foss’altro per la fatica e per il gran lavoro contadino che vi era transitato, in un vissuto sempre unito alle preghiere attivate da mia nonna con l’irrinunciabile Rosario di maggio; preghiere di lode e per tenere salda la benedizione per tutta la famiglia, per i vivi e per i morti della casa. Al piano di sopra, prima un’unica anticamera, e poi le numerose stanze da letto, solo la più vicina alla scala era destinata al granaio.

 

Dalla sua finestra si vede tutta l’aia e la stalla con le mucche. Da bambino, non capivo la bellezza atavica, stavo piuttosto sulla novità di dormire per la prima volta fuori dalla mia solita casa, un’emozione molto secondaria a giudicare da quanto mi manca il grande dipinto di persone, di parenti in armonia. Una volta che sono tornato in visita dai miei nonni, a sera quasi non credevo che dal fondo della stradina si vedessero illuminate tutte le finestre, era certamente un evento mai visto prima. Quella volta era morto mio nonno, e tra i parenti e le visite dei conoscenti c’era gente in ogni stanza e le assi del pavimento scricchiolavano in continuazione. Quello che rischiarava tanto la casa era un alone di mestizia e affetto silente, ma non completamente taciuto, verso mio nonno steso sul letto, ben pettinato e ben vestito. L’indomani la presenza della gente ha raggiunto il culmine e quando il corteo che ha accompagnato mio nonno raggiunse la chiesa in piazza, gli ultimi non avevano ancora preso la stradina.

 

Molti parenti sono venuti a mancare. Anche le mucche nella stalla, irrinunciabile garanzia di prosperità, sono svanite e la casa, pressoché disabitata non ha più i grandi pioppi a fare ombra. Non sento più lo zinzilulare con l’andirivieni aereo delle agili rondini che fendono con volute sicure le aperture della stalla, ma mi soffermo a guardare delle ragnatele invecchiate. Mi richiamo alla memoria le giornate di bambino ospite in vacanza e mi ricordo di aver partecipato alle fienagioni, alla raccolta delle angurie e dei pomodori, d’essere parte di una grande famiglia, una fortuna da custodire e trasmettere insieme al nome. “Abbi cura del nome che porti, perché ti resterà più di mille grandi tesori d’oro. «I giorni di una vita felice sono contati, ma un buon nome dura sempre».

 

Aldo Marchesini

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http://www.vatican.va/various/cappelle/sistina_vr/index.html

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Premio Jacques Prévert 2010: SEZIONE NARRATIVA
motivazione della giuria:

Opera 1° classificata: “Dolan Her - II tocco degli angeli” di Ferdinando Toajari, Casaleone (VR).
Questa la motivazione della Giuria:
PREFAZIONE
“Dolan Her - II tocco Angeli” di Ferdinando Toajari è un romanzo che coinvolge totalmente il lettoregià dall’inizio folgorante ai limiti del thriller psicologico che miscela misteriose ricerche su malattie tropicali, una temuta epidemia, un vecchio scandalo collegato a tali esperimenti, l'inspiegabile suicidio di un docente e ricercatore, la presenza di un angelo che si ergerà a severo giudice mistico celando un segreto dietro i suoi a messaggi in codice, rivolti al protagonista che racconterà ogni percezione, oltre la comprensione umana, prima che i ricordi svaniscano "come i sogni di cui si perde cognizione appena svegli”. Tutto ciò condurrà ad un inquietante percorso, ad una inesplicabile presenza angelica che potrà condurre alla rivelazione, passando dagli abissi della morte per portare l'Uomo a mettersi davanti a se stesso, senza riserve, senza alcun calcolo. Eppure il romanzo vive sempre una sorta di sospensione su ciò che si può immaginare perché non v'è certezza... ma stupore, alchimia, misticismo, rivelazione. Ferdinando Toajari costruisce una trama complessa ed enigmatica che il lettore deve svelare, pagina dopo pagina, in un continuo alternarsi di fluttuanti pensieri e visioni, tra conscio ed inconscio, realtà e immaginifica costruzione mentale.
Il romanzo è percorso da una costante atmosfera onirica, alimentato da una incredibile forza narrativa che offre cambi di scena improvvisi, un invidiabile mosaico di personaggi con segrete sfumature e ricche immagini che esaltano la capacità dell'Autore di disegnare una sofisticata trama.
Gli stati d'animo sono pervasi da una costante inquietudine così come i ricorrenti sogni ed incubi del protagonista, un uomo anonimo, la cui vita non è stata certo "speciale”, uomo che è sempre fuggito davanti alle scelte, che non ha mai accettato le sue responsabilità: sono proprio questi incubi che lasciano un vuoto devastante, come se i ricordi venissero “risucchiati e divorati” dagli stessi incubi.
Ferdinando Toajari mette in risalto la capacità di cogliere e sezionare i dettagli più profondi che ruotano intorno ad una reale, o solo virtuale, umana scelta che conduce ad un simbolico giorno del giudizio.
L’esito ultimo di una realizzazione interiore, con la presa d’atto d'una nuova concezione del vivere che "va oltre le umane valutazioni”, accompagna la capacità di declinare le contraddizioni dell'esistenza contemporanea, offrendo a Ferdinando Toajari la possibilità di penetrare con il proprio bisturi narrativo negli impulsi più segreti del "lato oscuro” che risiedono in ogni uomo.
Massimo Barile

http://www.tol-jari.net/narrativa/premio%20J.htm

 

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  Da inizio ottobre a tutto febbraio c'é il Radicchio di Verona. Qui la zona I.G.P., Identità Geografica Protetta.

 La virtù salutista del Radicchio Rosso di Verona è: Oxygen Radical Absorbance Capacity +++.

 Antiossidante col potere di neutralizzare le sostanze nocive alle cellule.

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Falò [Buriolo] di Santa Lucia 2010- Casaleone Prepaganin

 

Da www.youtube.com

Cortesia di Sergio Bissoli EDA Prodution Isole Sparse Menago.

 

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Ho dormito ospite da mio cugino Vanni.

 

Potrebbe sembrare il canto del gallo.

In effetti, non è uno di quei rumori consueti che superano eterei il filtro del mio sonno lasciandolo tranquillo, niente che assomigli ai suoni che abitualmente aprono i miei giorni, tutti annunciati da una sola nota fatta del brusio crescente della Tangenziale.

Di nuovo, quello che rompe il silenzio pieno della notte, sembra il canto del gallo.

Lo stato della mia coscienza indugia nel sonno che non vuole svanisca ancora.

Un canto afono, da primo risveglio anche per il pennuto che dopo piccoli intervalli si ripropone come un vocalizzo che va migliorando.

I miei occhi dischiusi appena, mirano verso le fessure della finestra, senza vedere, non vedono nessun cenno di chiaro; ripiegano.

Non capisco cosa determini nel gallo tutta questa premura a strepitare anzitempo?

Rifaccio di nuovo una sommaria misurazione del chiaro del giorno ma torno al mio stato soave; il gallo, no.

E’ buio ma lui non si adegua. Come una sveglia con la ripetizione persiste.

Adesso al gorgheggiare solitario da pollaio si aggiunge l’accompagnamento anche di un piccione, del tubare, e di note basse, ma non mi sembra ancora un canto d’uccelli.

Al duetto, ridondante solo per il gran silenzio intorno, si unisce l’abbaiare notturno del cane in corte. Lui lancia uno strano accordo fatto di un colpo di tosse con un ululato in sol.

Coi pensieri al minimo, resto sul coretto e sento aggiungersi il cinguettare di un passerotto. E se fosse un’allodola, come dice Giulietta: messaggera del mattino?

Ad occhi chiusi li cerco e quasi li vedo, tutti riverenti e riconoscenti impegnati così di buon ora a fare il loro saluto al sole.

Un breve silenzio e raccolgo …un suono di campane! Mi ricordano che é domenica.

La melodia è completa, muta e cantata benedice il chiaro di un giorno nuovo e di festa; niente di meno.

Aldo Marchesini

 

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Il gioco d'azzardo: Perdi adesso, perdi spesso.

Testa o croce? Se lanciate in aria una moneta, la possibilità che esca testa o croce sarà del 50%.

Più ripeterete il lancio e più la casualità converge sulla “legge dei grandi numeri”, ossia la certezza matematica che testa o croce usciranno sempre più percentualmente a metà.

La stessa legge, assicura che se uno gioca con una possibilità di vincere contro un altro che ne ha due, mai e poi mai potrà prevalere sulle vincite.

In tutti i giochi a soldi, sappiate che le percentuali matematiche della vincita sono spartite sempre contro di voi. Esatto, più giocherete e più perderete, non c’entra la fortuna -é scientifico-: perderete.

 

Il gioco d’azzardo infatti, ha una regola semplicissima: farvi giocare -molto- perché ogni volta la quota percentuale convergerà sulla spartizione matematica, sempre sfavorevole a voi.

Le macchinette mangiasoldi (già il nome dovrebbe farvi pensare in quanto si parla dei soldi vostri) nei locali pubblici, quando i gestori sono "onesti" «questo non accade se al posto di usare “buoni per consumazioni non convertibili” maneggiano denaro per darvi le vincite», le hanno programmate per restituire soltanto il 25/30% di quello incassato, il restante 70/75% sono profitti da spartirsi tra il distributore e il gestore. Quando mai vincerete?

 

La macchinetta “mangiasoldi”

 

Idem per i giochi d'azzardo dei casinò e i sistemi di quote delle agenzie di scommesse, sempre organizzati in modo tale da favorire il banco, garantendo al gestore, per la “legge dei grandi numeri”, un introito sicuro e proporzionale al numero dei giocatori e all'entità delle puntate.

 

Purtroppo, -pur sapendolo- c’è gente che non né fa una questione razionale, ma irrazionale, ossia è spinta a giocare compulsivamente per vivere l'emozione e l'eccitazione del rischio, che è tanto più forte quanto più alta è la posta. Anche se queste persone sanno perfettamente come funziona il mondo del gioco d'azzardo, continuano a giocare senza fermarsi, che stiano vincendo o perdendo, finché non hanno perso tutto quello che potevano giocare. Indipendentemente da quanto lo desiderino o da quanto duramente ci provino, il gioco diventa un vizio, una dipendenza, il pensiero centrale della loro esistenza, deprimendo tutto il resto e le condizioni della sua esistenza oltre che quella della sua famiglia.

 

Altrettanto improbabile è la vincita della grande lotteria, ossia della “svolta della vita”, l’arrivo del super premio finale, capace di “scacciarci” gl’affanni quotidiani. La vincita in grado di “azzerare” la nostra interiore insicurezza, per chi non vuole guardare dal vero, resterà solo un’illusione. Come ci confermano le statistiche elaborate a seguito di una ricerca promossa dall'Eurispes. Spaziando fra scommesse e lotterie, si scopre infatti che realizzare un 13 al Totocalcio è un evento che ha la probabilità di verificarsi 1 volta su 1 milione e mezzo di schedine giocate. Addirittura più difficile, poi, centrare un 5 al Lotto: in questo caso le chance si riducono ad 1 su 44 milioni.

Speranze ridotte al lumicino - anche se forse parlare di speranze a questo punto può sembrare fin troppo ottimistico -; per chi sogna di sbancare il ricchissimo montepremi del Superenalotto: realizzare un 6 è praticamente certo solo dopo 622 milioni di tentativi.

 

Al cospetto di così basse probabilità di vittoria, gli italiani continuano però ad investire milioni e milioni di euro al gioco. Il solo videopoker costituisce da sé un giro d’affari da 12 miliardi di euro l’anno. Appena un po’ più sotto il Lotto, gioco preferito dalle donne (il 55% dei giocatori sono donne), che fattura 10 miliardi di euro ogni dodici mesi. Ancora più distanziato il SuperEnalotto, con “soli” 3miliardi di euro fatturati, ma in buona ascesa rispetto ai giochi tradizionali.

Fortuna o sfortuna non c’entrano. Non fatevi spingere al gioco, non è divertente, e, come sapete bene: vincono il “gatto e la volpe”.

 

A cura di Aldo Marchesini  

 

Ps. Associazione Giocatori Anonimi - Via Girola, 30 Milano (zona Niguarda) c/o Fondazione Don Carlo Gnocchi tel.3338279929 - http://www.giocatorianonimi.org/lombardia.htm

 

La storia serve a misurare quanto i nostri tempi siano formidabili.

 

 

Maccacari, le sue icone: san Rocco e san Sebastiano

Terrore e panico antico: la peste.

Adesso è davanti a tutto l'influenza suina, qualche giorno fa le immagini indugiavano sulle fabbriche in crisi e la perdita del lavoro, i mercati che non remunerano più i lavori dell’economia rurale, quasi ogni giorno una nuova evidenza ne scalza un'altra. Le immagini dei suini del Messico, subentrano alle immagini dei polli e dei volatili afferrati e destinati alla distruzione da gente in tenuta e mascherine asettiche, le ansie e gli affanni appena metabolizzati  lasciano il posto a nuovi e le minacce non sembrano mai assopirsi.

 

Tutti noi, ogni volta a rinnovarci l’angoscia, ed a paventare la possibilità di nuovi “assesti”. Tutte informazioni che dai e dai, ci lasciano piccole ossessioni, e sacche di ansia e panico, pronte a toglierci la lungimiranza nei pensieri, aumentando la nostra percezione del rischio, molto prima, e anche senza, trovarci sotto una concreta minaccia degli scongiurati eventi, da cui certo stare in guardia.

 

Ogni epoca ha avuto il suo schiacciamento psicologico, non è sicuramente un prezzo da pagare solo ai nostri tempi, é una fatica tra le altre fatiche, del vivere quotidiano. Osservate ad esempio le comunicazioni pittoriche che ci derivano dalla chiesa parrocchiale, il “testimone” di una staffetta pregna del tempo passato, la somma del vissuto, fatto dalla gente che consumava la sua quotidianità qui a Maccacari, camminando appena un centimetro sotto la terra dei nostri passi.

 

Ebbene, guardate gl’affreschi, di San Rocco e San Sebastiano, spesso ricorrenti in altre chiese della zona, sono due dei quattordici santi protettori dalla peste.

Dunque, quanto gravava sui nostri antichi compaesani la preoccupazione per la peste?

 

Senza scampo, ciclicamente più o meno ogni tredici anni, “la bomba batteriologica”, ritornava per portarsi via fino a due Maccacaresi su cinque. Quando si avevano notizie di contagio dai paesi vicini, si preferiva parlare di “febbre perniciosa”, di “disturbi da febbre”, mai era usata la parola “peste”, finché non fosse talmente palese a tutti da non essere più neanche necessario menzionarla; quando ciò avveniva era già il panico e la disgregazione del tessuto sociale. Lo spavento, la moria ovunque portò orribili stragi e profonda disperazione, i poveri giungevano a disprezzare l’autorità, la magistratura e fin la stessa morte …

Approfittando dell’universale sciagura, molte persone s’abbandonarono ad ogni sorta di furti, sia nelle case semiabbandonate dalla gente morta o in fuga, sia per rapina, ma anche di sacrilegi, di sozzure, una particolare pervertitura fu operata dei monatti (trasportavano i malati e seppellivano i morti) sui languenti.

 

Le uniche misure preventive, dettate dal signore delle nostre terre, erano di non permettere a nessuno di avvicinarsi alla città, provenendo dai luoghi infetti, pena la forca (…vi ricordate le vicende di Romeo, fermo a Mantova per la quarantena da peste?).

Nessuno aveva idea di che profilassi seguire, la cura era tutta empirica, improntata a far uscire dal corpo gli “umori malefici”. Tutto ciò che si faceva era quindi di procurare vomiti, clisteri, causare fistole, pustole e salassi di sangue. Per il panico, la gente si purgava e svuotava fino ad essere sfibrata, tutto per estromettere la causa del malessere interiore. Quando il contagio era al culmine, venivano organizzate delle processioni e raduni di preghiera per scongiurarlo, purtroppo, l’effetto del raduno di folla, dava ulteriore ferocia alla diffusione del morbo.

 

Il terrore della peste flagellò già nel 1347, all’inizio d’ottobre proveniente da navi genovesi, poi nella primavera del 1361 colpì Milano e lasciò 77 mila morti. Per la terza volta, il gavacciolo pestifero colpì dal 1371 al 1374. Entra da Piacenza, e la mortalità fu grandissima. Colpì ancora nel 1381, poi nuovamente alla fine di novembre del 1401. Nuovamente vi fu contagio nel 1424.

Coll’inciprignir del contagio ogni paese si attrezzò di uno spazio a lazzaretto. Nell’anno 1451 la peste mandò desolata Milano ed il nord Italia. Nel 1511 la peste nel Veronese, fece migliaia di morti raggiungendo fino al 35-40% della popolazione. La peste successiva del 1578 proveniente da Venezia, durò 18 mesi e fu lo sterminio. Nel 1630 [Manzoni-Promessi Sposi] C’erano vere e proprie cataste di cadaveri e un odore intollerabile ovunque, …i monatti s’erano così avvezzati ad aver da fare con la morte e coi cadaveri da sedervisi sopra ed in quella posa tracannare vino. Spesso si vedevano cadaveri afferrati dalle braccia dal monatto, e per lo stato di turpe putrefazione delle giunture perdere il braccio staccato dal corpo.

 

La “peste”, “il mal seme della peste”, “la pestifera contagione”, “la peste nera”, “la peste bubbonica”, “il gavacciolo pestifero”, era una malattia diffusa dalle pulci di topo, che si annidano e prosperano nella sporcizia. Le pulci, come le zanzare, pizzicano le persone per succhiarvi il sangue lasciandole contagiate, un tempo, senza la Penicillina per guarire, si soccombeva.

Un panico ed un’angoscia personali e collettive, che, come dice la storia ed il vissuto cittadino, si alleviano nella comunicazione, nella scienza, nella prudenza, nella solidarietà e nelle invocazioni di fede.

 

Aldo Marchesini

 

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Che bella cosa è la Terra e quanto è GRANDE, seppure così piccola!

 

Paolo Lombardo

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L’attesa è finita, riecco, i fiori sono tornati.

 

E’ la stagione dei “pascoli erbosi”, nulla ci può mancare.

 

Cambia la grande scena dell’inverno, non se ne poteva più di giornate buie, grigie e piovose.

Riecco, finalmente tornano a spuntare corolle e minuscoli petali, un crescendo di gioia pura che punteggia di colore gli occhi di ciascuno, e impatta nella corteccia visiva, prima stazione del cervello che ne fa stille di energia e insieme il più importante e incredibile conforto, contentezza e gioia di vivere.

 

Tutti i cambiamenti della vita sono pieni d’incognite e paure inconfessate, ma i prati con i fiori, le piante intere pieni di fiori, che c’invadono sono vitalità formidabile e benvenuta.

Sono loro, che riempiranno la scena in un crescendo nuovo, che spuntano puntuali dopo una stagione fredda e pregna di pensieri esausti. I fiori sono conseguenti al sole e portano insieme colori e aria profumata; certezza di luce e di sole: «niente rende più piacevole la vita quanto la certezza di una giornata di sole».

 

I fiori, ossia la sessualità, bella e incensurabile della natura, è un  adorno buono anche per un altare. Fiori di pesco, mimose, primule, viole, forsizie, camelie, margherite, rose, e anche l’aria diventa colorata di fragranze profumate, particelle di memoria e reminiscenza, un vibrato quasi intangibile ma che come musica colma di ritmo ed armonia la nostra vita. Un fiore è anche simmetria, ordine, eleganza, un modello minuto di semplicità perfetta da guardare. Le cose semplici a volte sono invisibili, nel senso che non le notiamo, sono ovvie, eppure persino una qualsiasi attività si dice "fiorente" mutuandone l’immagine.

 

Nell’osservazione attenta, i prati, i davanzali, le mensole e i ripiani fioriti, cosa vi suggeriscono? Che cos’è per voi una pianta di pesco o una di ciliegio in fiore?

 

Lo chiedo di più a quelli che sono in difficoltà, preoccupati per l’instabilità del lavoro, angosciati per averlo perso, per lo sfratto, per la malattia, o dissimulano normalità pur essendo pesantemente aggravati dalla responsabilità di farcela. Non lasciatevi cadere le braccia, non perdetevi d’animo. Ogni prova, quale che sia, ha la durata di una “stagione”, una durata  limitata. Non c’è da dubitare. Dappertutto si ostenta o si aggiunge il colore dei fiori col loro profumo, tutto spegne la tristezza dell’“inverno” riaccendendo la speranza, che dopo torni sempre la “primavera” che rischiara.

 

I pensieri negativi, gli affanni accumulati e persino la depressione, lasceranno il posto ad un bel respiro, completo, profondo che espanda i polmoni, l’addome e riempia le clavicole, in un totale riempimento di aria nuova e profumata. In questi giorni tutto concorre ad un supremo risveglio della natura, da ammirare e condividere, di grandi energie che si attivano dal poco, basta coglierle e riempirsene gl’occhi. Lo sguardo chino a terra si deve levare sopra i tetti, verso il cielo, sulle cose positive. Via la mestizia ed il mondo s’illumina, le cose cambiano in continuazione, soltanto non restate fermi, passivi e prostrati; il mondo è pieno di ossigeno da respirare; via i tuguri dalla mente.

 

Aldo Marchesini

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PREGHIERE, ORAZIONI, FILASTROCCHE DELLA BASSA VERONESE

 

Filastrocca

 

Le Campane da Bovolon

 

  Le campane da Bovolon, tutta notte le sonava

  Pane e vino le guadagna

na cosseta de capon,

per mandarlo a San Simon.

  San Simon non c’era,

l’era andà  alla fiera,

a comprarsi na polera.

  Polera polerante con tre cavale bianche,

bianca la sela, Battista* mortadela,

bianco el selin, Batista codeghin.

* Il nome di Batista, può essere sostituito con qualsiasi nome.

 

Orazione

 

  Padre nostro picinin,

da la vera trifaldin*.

  Trifaldin da batezar,

tre corone sull’altar,

l’erba bona drio la riva.

  San Giovanni  la segava,

roma, roma l’ha portava.

  Dove vai quell’innocente?!

  Non ho amici e ne parenti.

  Ma mi ghe n’ho piusè de ti.

  Ho il Signor per Buon Padre.

  La Madona per Buona Madre.

  I Santi per Buoni fratelli.

  Le Sante per Buone Sorelle.

 Vado alla lunga, trovo una colomba.

  Colomba?! che cos’hai sul becco?   Ho dell’olio cresimo

da cresimar un cresimo,

me ne cascà una gozza in quela

Pietra rossa.

  Pietra rossa sciocolà, tutto il mondo  illuminà.

  Illuminà Gesù e Maria, tutti gli angeli in compagnia.

 

*Trifaldin (bimbo vivace)

 

Filastrocca

 

  Din don dindela, si è sposà Brighela,

l’ha tolto na vecieta che salta e che ropeta,

in cao alle sette notte, le rane senza coste,

i bissi i l’ha pelà,

din don dan.

 

Orazione

 

  Letto, letto me ne andò,

con tre angeli nel cuor,

altri tri nei piedi,

col me Signor in mezzo,

el me dis che vaga a letto,

che me riposa, che non abbia paura

di nessuna cosa.

 

Preghiera

 

  Letto, letto me ne vado, l’anima

Mia a Dio la dago.

  Se domani mattina non levesse, l’anima mia a Dio la desse.

  Letto, letto me ne andò da levar io non lo so.

  Vù Madona che lo savì, buona guardia me farì, se per sorte morirò, tre grazie ve domandarò:

Confession, Comunion, Olio Santo.

  Nel nome del Padre, del figliolo, e dello Spirito Santo.

   Salve Regina, rosa de spine,

madre di amore, doneme tante grazie che non mora pecatore.

  Pecatore non morirò, più le pene dell’inferno non tocarò.

  Anna Susanna, rispondi chi ti chiama,

Maria Maddalena che porta tanta pena,

tanto dolor per la passione,

la morte del Nostro Signor.

  Cagni quei rei che i l’ha fato in pelumei,

i l’ha batù, i l’ha strabatù,

con tre lazze i l’ha lazià

con na corona de spine i l’ha incoronà.

  Chi lo sa, chi la dirà,

Santo Paradiso darà.

 

Fonte: Flora Marchesini

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(fonte: Il foglio di Parabiago - novembre 2005 - ed. Amm. Comunale Parabiago)

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...dai diamanti non nasce niente...

 

 

[...] nascono i fiori

giampierorita

 

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CARPANEA

 

IL MITO DELLA CITTÁ DISTRUTTA

In un tempo molto lontano, nella fecondissima valle del Tartaro,sorgeva la fiorente città di Carpanea, difesa da sette ordini di mura e da cento altissime torri.

Al Dio Appio, nume tutelare,che proteggeva la città  dalle acque che la circondavano,ogni giorno venivano portati doni dal popolo e dalla bellissima figlia del Re,promessa sposa ad un sacerdote del tempio.

Giorno dopo giorno,tesori su tesori si accumulavano, fin quando il  Re, geloso di tanta ricchezza, rapi la statua del Nume e dall’alto di una torre la scagliò nell’acqua.

Priva della protezione di Appio la città fu sommersa dalle acque ed in esse perirono il Re,la Principessa,i Sacerdoti ed il popolo tutto.

La Dea dell’amore, commossa dalla triste sorte della Città  di Carpanea e della sua bella e sfortunata Principessa chiese aiuto al Dio del Fiume, che affidò ad alcune Ondine il potere di riportare in vita  la città ,affinché la Principessa potesse coronare il suo sogno d’amore.

Esse tentarono con ogni mezzo la disperata impresa,ma invano: era ormai troppo tardi !

Stavano per ritornare ad immergersi nella corrente del fiume ,quando si accorsero che le acque lentamente si ritiravano e che dalla terra scura nasceva un tenero bianco germoglio.

Al dolce ritmo di danza,una delle Ondine rubò il colore rosa dell’aurora al sorgere del sole e colorò il cuore del piccolo germoglio,poi con il porpora  caldo del tramonto gli fece intorno una rossa corona.

Era il regalo più prezioso che questa prosperosa valle potesse ricevere: una piccola pianta nata dall’amore,bella come una rosa ,buona come la generosità degli Dei,una pianta che oggi è conosciuta con il nome di ...     

                     

Radicchio Rosso di Verona

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Sustinenza di Casaleone (Verona)

 

La casa nei noni (nonni).

In un animoso cinguettio d'estate,

dal sentiero piuttosto che da la stradela(1)

si arriva sul selese(2), proscenio per ogni saluto e degno tappeto anche per il prodigo, ma breve ritorno di quelli che si ostentano nel loro vestito nuovo ignorandone la stoffa e lì la loro rivelata nudità.

 

Sul selese si cammina con riguardo, pochi passi,

ma un viatico solenne per l' entrata nella tradizione.

Qui un fuori assolato, dentro, ombra e frescore profumato.

Dal chiaro allo scuro un istante di cecità,

poi la rivisitazione si rischiara.

 

Di fronte, il chiarino rosso riappare,

si rischiara anche la conchiglia che lo tiene;

votivo, perenne e rassicurante come la sua Madonna

e come la casa insieme.

 

Se ti avvicini più sotto, sarai deviato

dal profumo che impregna il sottoscala più a destra,

...odore di vino, umido, melenso, ...Clinto(3)?!

Poi giri gli sguardi, pensieri, mezzi pensieri e silenzi, in pausa come chi si bea tacendo tra tante presenze.

 

In corte vola bassa la rondine, scivola in stalla e

s'incunea sotto la trave, in quel nido che pur essendo vulnerabile a qualsiasi tiro è lì monumento inviolato e ininterrotto, patrimonio vivente di generazioni di rondini e di sentimenti di tolleranza.

 

Odore di fieno, ...panna di latte e umori di stalla.

Tutto è in uso, consumato e vissuto, riposto e non dimenticato.

Aldo Marchesini – 1983

 

Note: Fino all’età di 12-anni, passavo le vacanze nella casa dei nonni,  la mia accademia, dove ho preso la mia anima contadina, la consapevolezza delle mie radici, il senso monogamico della famiglia e la storia del villaggio, da preservare e accrescere.  (1) nella forma dialettale mancano le doppie: stradella, (2) aia, (3) mosto di vino con l’uva fragola.

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L'AIUOLA DELLA TERRA DEL MONDO

   Lat. Nord 45° 24,94' - Long. Est 9° 4,2185' 

 

Per abbellire l’aiuola del monumento di Madre Teresa ,nel Quartiere Tr4 di Trezzano sul Naviglio (MI), sono state allineate alla sua base una corolla di piantine fiorite, ma un residente ha disposto anche un altro decoro, apparentemente invisibile, piccoli pezzi di terra del mondo, raccolti in viaggio. Un’aiuola che si arricchirà, anche nel tempo, di continue altre “manciate di mondo”. Una mescolanza di frammenti, di proprie radici lontane, di un paese raggiunto, di un paese lasciato: tutto da ritrovare qui, custodito da un volto e da un insieme contemplativi del cuore del mondo.

 

Ad oggi qui sono presenti:

 

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 VICINI VICINI.

Meglio un vicino di casa disponibile che un buon amico lontano.

Nella quotidianità e nel solco delle abitudini, ci ritroviamo di nuovo a sera, chiusi in casa con la nostra fiacca. Le pressioni e la stanchezza del lavoro, sempre più esigente e competitivo, la famiglia che richiede l’ultima energia rimasta ed insieme la necessità irrinunciabile di riprender fiato nel poco tempo rimasto, ci negano sempre più spesso la possibilità di frequentare gente, ambiti e occasioni fuori casa e quindi allargare le vedute e gli scambi personali.

La mancanza del socializzare e della condivisione col vicinato e poi col “cortile allargato” del nostro paese, ci portano a rinsecchire la comprensione, la tolleranza e la convivialità. Anziché “infiorare” di rapporti stimati e cordiali lo spazio più prossimo a noi, quello che ci è più caro: intorno a casa nostra, lo andiamo ad inaridire e deprimere con la nostra assenza e l’abbandono.

Un’alienazione niente affatto sana, lo sappiamo, è per questo che non dobbiamo cedere a lasciarci andare, a orbitare distanti e distaccati in un disinteresse che non darà certo buoni frutti. Chi si estranea, guarda solo a quello che ci maldispone e cerca solo le giustificazioni per inasprire le diffidenze.

Per fortuna, questa forma epidemica, non tocca tutti gli individui. Non riguarda quelli che a fronte di tanta demoralizzazione non rinunciano a costruire ambiti e occasioni per aprirci agli altri; in primis verso il vicinato ed il nostro paese.

Il vicinato è una fonte di aiuto, armonia, solidarietà e comprensione.

Aldo Marchesini

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La civiltà della polenta inizia nel ‘700.

Mangiatori di polenta calda e abbrustolita.

Un estate è passata e arriva l’autunno. Quando le belle giornate sono così belle che ovunque s’indugia a guardare le cose vive che cambiano: le foglie, i campi, le risaie quasi mature ed il granoturco; tanto granoturco.

 

Una presenza semplice che avvolgente il paesaggio.

In un dettaglio di questo grande quadro, il mattino luminoso, satura i colori e li rischiara. Asciuga i lunghi stocchi del mais, li fa crepitare, fino a sbrecciare i grandi cartocci lasciandone intravedere l’arancione delle pannocchie, promessa di un raccolto che tra qualche giorno, ammonticchiato sulle aie a seccare definitivamente, offrirà la sua consolazione ed il suo compenso al coltivatore e nell’aria il suo buon odore per tutti.

 

Effetto di una causa, iniziata con del letame ben decomposto sparso l’inverno passato, prima della semina primaverile.

 

E’ proprio seguendo i campi, il lavoro contadino che vi conduco in un gioco “causa-effetto” per rieducarci all’apprezzamento di quanto ci circonda con la sua semplice presenza.

 

Scelta la semenza, in base alle destinazioni d’uso (es. zootecnico -macinata a foraggio, per cavarne olio, farina, ec.), eccoci pronti al via, s’incide la terra con dei i solchi profondi e distanziati. Una volta i semi non si seminavano singolarmente, ma a gruppetti da 2-3 semi, distanti 25 cm l’uno dall’altro. Di questi 2-3 semi, quando i germogli sono grandi abbastanza da essere presi con le mani, si strapperanno quelli più patiti del terzetto lasciandone solo uno, quello più in salute: il vincitore di una prima selezione.

 

La lotta della sopravivenza non riguarda solo il genere umano, ma tutte le forme di vita. Questa semenza forte e già vincente appena germogliata dovrà superare una continua aggressione da parte di predatori e parassiti.

Dall’alto, gli uccelli, dal basso, vermi e larve di ferretti e piralidi, dai fianchi le muffe, i funghi, il carbone del mais (un fungo spugnoso), la ruggine (vescicole ovali). Loro, piccoli semi di nessun conto, disposti per terra in frammisti al letame, scelti e piantati per assecondare il più possibile la natura che li avrebbe vivificati, crescono.

 

Dopo 50-80 giorni secondo la specie arriva la mietitura. La raccolta delle pannocchie avviene a 6 settimane dopo la comparsa delle “barbe”, da metà settembre. Durante la messe, nessun contadino indugia a raccogliere le eventuali pannocchie perdute sul  campo perché non sono considerate perse, ma un piccolo lascito di riconoscenza a Dio, alla natura, alla spigolatura di chi ne ha bisogno.

Il granoturco, va detto subito non è grano-turco, nel senso di Turchia, ma grano turkey dalla voce inglese destinato ai tacchini), Originario del centro America, questo cereale è il contributo più importante che il Nuovo Mondo abbia dato all’alimentazione dell’uomo. Era già coltivato 3.500 anni fa nell’altipiano messicano. I maya, gli Aztechi del Messico, i popoli amerindiani del Nevada e del New Messico degli Stati Uniti, gli Incas del Perù, ricorrevano al mais come alimento base. Nel 1000 a.C., lo usavano già per ricavarne la loro bevanda alcolica, una specie di birra.

 

Cristoforo Colombo portò il mais in Europa e nel giro di una sola generazione, la sua coltivazione si diffuse. Scriveva da Cuba, 6 novembre 1492, sul "Giornale di bordo"."L'isola è molto verdeggiante, piana e fertilissima, e non ho dubbio che tutto l'anno gli abitanti seminino il panìco (panizo) e lo raccolgano, così per tutti gli altri prodotti".

"La terra vi è fertilissima e ben coltivata a ignami (“alberi del pane” tipo patate), fagioli, fave differentissime dalle nostre e il solito panìco..."

"Fecero quindi portare pane, frutta svariata, vino rosso e bianco, ma non fatti d'uva, bensì dovevano essere di frutta, il rosso di una sorta ed il bianco di un altro e similmente qualche altro vino fatto di maiz che è una semente contenuta in una spiga come una pannocchia che io portai in Castiglia dove già ve n'è molto; e sembra che il migliore venga considerato di grande eccellenza ed abbia grande valore".


Nel ‘700, periodo di grandi carestie alimentari e grande miseria, si può dire che i nostri trisnonni furono sfamati dai contadini/campesinos sudamericani. Una qualità di mais era detta il “Sancarlone”. L’appellativo derivava dal grande contributo che San Carlo, diede per incrementarne la coltivazione. In tutta la pianura padana, ricca d’acqua, il granoturco finì per essere talvolta il solo sostentamento per la popolazione, al punto che per monofagismo (mangiavano solo quello) oltre che la comparsa della malattia della pellagra (scompenso alimentare dovuto alla mancanza di vitamine) in senso scherzoso e spregiativo venne fuori l’epiteto di : “Polentoni”.

 

Aldo Marchesini

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LA  GRANDE  DOMANDA

 

Se eri un bambino negli anni 50, 60 e 70

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                                      Come hai fatto a sopravvivere ?


1.- Da bambini andavamo in auto che non avevano cinture di sicurezza né airbag...
2.- Viaggiare nella parte posteriore di un furgone aperto era una passeggiata speciale e ancora ne serbiamo il ricordo.
3.- Le nostre culle erano dipinte con colori vivacissimi, con vernici a base di piombo.
4.- Non avevamo chiusure di sicurezza per i bambini nelle confezioni dei medicinali, nei bagni, alle porte. image0051.gif  image006.gifimage007.gif     image008.gif
5.- Quando andavamo in bicicletta non portavamo il casco.
6.- Bevevamo l'acqua dal tubo del giardino, invece che dalla bottiglia dell'acqua minerale...
7.- Trascorrevamo ore ed ore costruendoci carretti a rotelle ed i fortunati che avevano strade in discesa si lanciavano e, a metà corsa, ricordavano di non avere freni.        Dopo vari scontri contro i cespugli, imparammo a risolvere il problema. Si, noi ci scontravamo con cespugli, non con auto!  image012.gif
8.- Uscivamo a giocare image015.gifcon l'unico obbligo di rientrare prima del tramonto.          Non avevamo cellulari... image019.gif  cosicché nessuno poteva rintracciarci.  Impensabile image020.gif.
9.- La scuola durava fino alla mezza , poi andavamo a casa per il pranzo   con tutta la famiglia  

 (si, anche con il papà  ).    

10.- Ci tagliavamo , ci rompevamo un osso ,  perdevamo un dente  ,   e nessuno faceva una denuncia per questi incidenti.  La colpa non era di nessuno, se non di noi stessi.      
11.- Mangiavamo biscotti  image025.gif, pane olio e sale  pane e burro image026.gifimage027.gif,    bevevamo bibite zuccherate image028.gif  e non avevamo mai problemi di soprappeso, perché stavamo sempre in giro a giocare...  

image029.gifimage030.gif
 12.- Condividevamo una bibita in quattro... bevendo dalla stessa bottiglia  e nessuno moriva per questo. image031.gif
 13.- Non avevamo Playstation, Nintendo 64, X box, Videogiochi image032.gif, televisione via cavo con 99 canali image033.gif, videoregistratori ,    dolby surround image035.gif, cellulari personali image036.gif, computer image037.gif, chatroom su Internet image038.gif... Avevamo invece tanti AMICI. image039.gif  image040.gif

14.- Uscivamo,  montavamo in  bicicletta  o camminavamo  fino a casa dell'amico  ,  suonavamo il campanello o semplicemente entravamo senza bussare e lui era lì e uscivamo a giocare.  image042.gif
15.- Si!    Lì fuori!     Nel mondo crudele!  Senza un guardiano!  Come abbiamo fatto?   Facevamo giochi con bastoni e palline da tennis  ,  si formavano delle squadre per giocare una partita; image044.gif    non tutti venivano scelti per giocare e gli scartati dopo non andavano dallo psicologo per il trauma
16.- Alcuni studenti non erano brillanti come altri e quando perdevano un anno lo ripetevano.   Nessuno andava dallo psicologo, dallo psicopedagogo, nessuno soffriva di dislessia né di problemi di attenzione né di iperattività; semplicemente prendeva qualche scapaccione e ripeteva l’anno. image046.gif
17.- Avevamo libertà image047.gif,    fallimenti image048.gif,     successi ,     responsabilità image050.gifimage051.gifimage052.gif   ... e imparavamo a gestirli.   

La grande domanda allora è questa:    image053.gif

 

Come abbiamo fatto a sopravvivere ?  ed a crescere e diventare grandi ? image054.gif.
Se appartieni a questa generazione    ,   invia questo messaggio image058.gifai tuoi conoscenti della tua stessa generazione ….  ed anche  a gente più giovane  perché sappiano come eravamo prima.....

Vi ricordo che, con una semplice e-mail: aldo_marchesini@libero.it , potrete modificare, rettificare ed eliminare le eventuali immagini/

informazioni identificative/nominative che vi riguardano, conformemente al DLGS 196/2003  e decreti e conversioni successive, sulla tutela della privacy.

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