Uno spazio per curiosi, stanziali e turisti. Per chi non tace. Arti, lettere, riflessioni, emozioni a mano libera, di chi si gusta anche solo di suprema semplicità. Da, e per, i frequentatori che vogliono sostare a condividere il frizzore della tregua totale, di quando gli animi irrequieti sono a casa.
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Ho dormito ospite da mio cugino Vanni.
Potrebbe sembrare il canto del gallo.
In effetti, non è uno di quei rumori consueti che superano eterei il filtro del mio sonno lasciandolo tranquillo, niente che assomigli ai suoni che abitualmente aprono i miei giorni, tutti annunciati da una sola nota fatta del brusio crescente della Tangenziale.
Di nuovo, quello che rompe il silenzio pieno della notte, sembra il canto del gallo.
Lo stato della mia coscienza indugia nel sonno che non vuole svanisca ancora.
Un canto afono, da primo risveglio anche per il pennuto che dopo piccoli intervalli si ripropone come un vocalizzo che va migliorando.
I miei occhi dischiusi appena, mirano verso le fessure della finestra, senza vedere, non vedono nessun cenno di chiaro; ripiegano.
Non capisco cosa determini nel gallo tutta questa premura a strepitare anzitempo?
Rifaccio di nuovo una sommaria misurazione del chiaro del giorno ma torno al mio stato soave; il gallo, no.
E’ buio ma lui non si adegua. Come una sveglia con la ripetizione persiste.
Adesso al gorgheggiare solitario da pollaio si aggiunge l’accompagnamento anche di un piccione, del tubare, e di note basse, ma non mi sembra ancora un canto d’uccelli.
Al duetto, ridondante solo per il gran silenzio intorno, si unisce l’abbaiare notturno del cane in corte. Lui lancia uno strano accordo fatto di un colpo di tosse con un ululato in sol.
Coi pensieri al minimo, resto sul coretto e sento aggiungersi il cinguettare di un passerotto. E se fosse un’allodola, come dice Giulietta: messaggera del mattino?
Ad occhi chiusi li cerco e quasi li vedo, tutti riverenti e riconoscenti impegnati così di buon ora a fare il loro saluto al sole.
Un breve silenzio e raccolgo …un suono di campane! Mi ricordano che é domenica.
La melodia è completa, muta e cantata benedice il chiaro di un giorno nuovo e di festa; niente di meno.
Aldo Marchesini
Il gioco d'azzardo: Perdi adesso, perdi spesso.

Testa o croce? Se lanciate in aria una moneta, la possibilità che esca testa o croce sarà del 50%.
Più ripeterete il lancio e più la casualità converge sulla “legge dei grandi numeri”, ossia la certezza matematica che testa o croce usciranno sempre più percentualmente a metà.
La stessa legge, assicura che se uno gioca con una possibilità di vincere contro un altro che ne ha due, mai e poi mai potrà prevalere sulle vincite.
In tutti i giochi a soldi, sappiate che le percentuali matematiche della vincita sono spartite sempre contro di voi. Esatto, più giocherete e più perderete, non c’entra la fortuna -é scientifico-: perderete.
Il gioco d’azzardo infatti, ha una regola semplicissima: farvi giocare -molto- perché ogni volta la quota percentuale convergerà sulla spartizione matematica, sempre sfavorevole a voi.
Le macchinette mangiasoldi (già il nome dovrebbe farvi pensare in quanto si parla dei soldi vostri) nei locali pubblici, quando i gestori sono "onesti" «questo non accade se al posto di usare “buoni per consumazioni non convertibili” maneggiano denaro per darvi le vincite», le hanno programmate per restituire soltanto il 25/30% di quello incassato, il restante 70/75% sono profitti da spartirsi tra il distributore e il gestore. Quando mai vincerete?
La macchinetta “mangiasoldi”
Idem per i giochi d'azzardo dei casinò e i sistemi di quote delle agenzie di scommesse, sempre organizzati in modo tale da favorire il banco, garantendo al gestore, per la “legge dei grandi numeri”, un introito sicuro e proporzionale al numero dei giocatori e all'entità delle puntate.
Purtroppo, -pur sapendolo- c’è gente che non né fa una questione razionale, ma irrazionale, ossia è spinta a giocare compulsivamente per vivere l'emozione e l'eccitazione del rischio, che è tanto più forte quanto più alta è la posta. Anche se queste persone sanno perfettamente come funziona il mondo del gioco d'azzardo, continuano a giocare senza fermarsi, che stiano vincendo o perdendo, finché non hanno perso tutto quello che potevano giocare. Indipendentemente da quanto lo desiderino o da quanto duramente ci provino, il gioco diventa un vizio, una dipendenza, il pensiero centrale della loro esistenza, deprimendo tutto il resto e le condizioni della sua esistenza oltre che quella della sua famiglia.
Altrettanto improbabile è la vincita della grande lotteria, ossia della “svolta della vita”, l’arrivo del super premio finale, capace di “scacciarci” gl’affanni quotidiani. La vincita in grado di “azzerare” la nostra interiore insicurezza, per chi non vuole guardare dal vero, resterà solo un’illusione. Come ci confermano le statistiche elaborate a seguito di una ricerca promossa dall'Eurispes. Spaziando fra scommesse e lotterie, si scopre infatti che realizzare un 13 al Totocalcio è un evento che ha la probabilità di verificarsi 1 volta su 1 milione e mezzo di schedine giocate. Addirittura più difficile, poi, centrare un 5 al Lotto: in questo caso le chance si riducono ad 1 su 44 milioni.
Speranze ridotte al lumicino - anche se forse parlare di speranze a questo punto può sembrare fin troppo ottimistico -; per chi sogna di sbancare il ricchissimo montepremi del Superenalotto: realizzare un 6 è praticamente certo solo dopo 622 milioni di tentativi.
Al cospetto di così basse probabilità di vittoria, gli italiani continuano però ad investire milioni e milioni di euro al gioco. Il solo videopoker costituisce da sé un giro d’affari da 12 miliardi di euro l’anno. Appena un po’ più sotto il Lotto, gioco preferito dalle donne (il 55% dei giocatori sono donne), che fattura 10 miliardi di euro ogni dodici mesi. Ancora più distanziato il SuperEnalotto, con “soli” 3miliardi di euro fatturati, ma in buona ascesa rispetto ai giochi tradizionali.
Fortuna o sfortuna non c’entrano. Non fatevi spingere al gioco, non è divertente, e, come sapete bene: vincono il “gatto e la volpe”.
A cura di Aldo Marchesini
Ps. Associazione Giocatori Anonimi - Via Girola, 30 Milano (zona Niguarda) c/o Fondazione Don Carlo Gnocchi tel.3338279929 - http://www.giocatorianonimi.org/lombardia.htm
Da inizio ottobre a tutto febbraio c'é il Radicchio di Verona, Qui la zona I.G.P., Identità Geografica Protetta.
La virtù salutista del Radicchio Rosso di Verona è: Oxygen Radical Absorbance Capacity +++.
Antiossidante col potere di neutralizzare le sostanze nocive alle cellule.
La storia serve a misurare quanto i nostri tempi siano formidabili.
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Maccacari, le sue icone: san Rocco e san Sebastiano
Terrore e panico antico: la peste.
Adesso è davanti a tutto l'influenza suina, qualche giorno fa le immagini indugiavano sulle fabbriche in crisi e la perdita del lavoro, i mercati che non remunerano più i lavori dell’economia rurale, quasi ogni giorno una nuova evidenza ne scalza un'altra. Le immagini dei suini del Messico, subentrano alle immagini dei polli e dei volatili afferrati e destinati alla distruzione da gente in tenuta e mascherine asettiche, le ansie e gli affanni appena metabolizzati lasciano il posto a nuovi e le minacce non sembrano mai assopirsi.
Tutti noi, ogni volta a rinnovarci l’angoscia, ed a paventare la possibilità di nuovi “assesti”. Tutte informazioni che dai e dai, ci lasciano piccole ossessioni, e sacche di ansia e panico, pronte a toglierci la lungimiranza nei pensieri, aumentando la nostra percezione del rischio, molto prima, e anche senza, trovarci sotto una concreta minaccia degli scongiurati eventi, da cui certo stare in guardia.
Ogni epoca ha avuto il suo schiacciamento psicologico, non è sicuramente un prezzo da pagare solo ai nostri tempi, é una fatica tra le altre fatiche, del vivere quotidiano. Osservate ad esempio le comunicazioni pittoriche che ci derivano dalla chiesa parrocchiale, il “testimone” di una staffetta pregna del tempo passato, la somma del vissuto, fatto dalla gente che consumava la sua quotidianità qui a Maccacari, camminando appena un centimetro sotto la terra dei nostri passi.
Ebbene, guardate gl’affreschi, di San Rocco e San Sebastiano, spesso ricorrenti in altre chiese della zona, sono due dei quattordici santi protettori dalla peste.
Dunque, quanto gravava sui nostri antichi compaesani la preoccupazione per la peste?
Senza scampo, ciclicamente più o meno ogni tredici anni, “la bomba batteriologica”, ritornava per portarsi via fino a due Maccacaresi su cinque. Quando si avevano notizie di contagio dai paesi vicini, si preferiva parlare di “febbre perniciosa”, di “disturbi da febbre”, mai era usata la parola “peste”, finché non fosse talmente palese a tutti da non essere più neanche necessario menzionarla; quando ciò avveniva era già il panico e la disgregazione del tessuto sociale. Lo spavento, la moria ovunque portò orribili stragi e profonda disperazione, i poveri giungevano a disprezzare l’autorità, la magistratura e fin la stessa morte …
Approfittando dell’universale sciagura, molte persone s’abbandonarono ad ogni sorta di furti, sia nelle case semiabbandonate dalla gente morta o in fuga, sia per rapina, ma anche di sacrilegi, di sozzure, una particolare pervertitura fu operata dei monatti (trasportavano i malati e seppellivano i morti) sui languenti.
Le uniche misure preventive, dettate dal signore delle nostre terre, erano di non permettere a nessuno di avvicinarsi alla città, provenendo dai luoghi infetti, pena la forca (…vi ricordate le vicende di Romeo, fermo a Mantova per la quarantena da peste?).
Nessuno aveva idea di che profilassi seguire, la cura era tutta empirica, improntata a far uscire dal corpo gli “umori malefici”. Tutto ciò che si faceva era quindi di procurare vomiti, clisteri, causare fistole, pustole e salassi di sangue. Per il panico, la gente si purgava e svuotava fino ad essere sfibrata, tutto per estromettere la causa del malessere interiore. Quando il contagio era al culmine, venivano organizzate delle processioni e raduni di preghiera per scongiurarlo, purtroppo, l’effetto del raduno di folla, dava ulteriore ferocia alla diffusione del morbo.
Il terrore della peste flagellò già nel 1347, all’inizio d’ottobre proveniente da navi genovesi, poi nella primavera del 1361 colpì Milano e lasciò 77 mila morti. Per la terza volta, il gavacciolo pestifero colpì dal 1371 al 1374. Entra da Piacenza, e la mortalità fu grandissima. Colpì ancora nel 1381, poi nuovamente alla fine di novembre del 1401. Nuovamente vi fu contagio nel 1424.
Coll’inciprignir del contagio ogni paese si attrezzò di uno spazio a lazzaretto. Nell’anno 1451 la peste mandò desolata Milano ed il nord Italia. Nel 1511 la peste nel Veronese, fece migliaia di morti raggiungendo fino al 35-40% della popolazione. La peste successiva del 1578 proveniente da Venezia, durò 18 mesi e fu lo sterminio. Nel 1630 [Manzoni-Promessi Sposi] C’erano vere e proprie cataste di cadaveri e un odore intollerabile ovunque, …i monatti s’erano così avvezzati ad aver da fare con la morte e coi cadaveri da sedervisi sopra ed in quella posa tracannare vino. Spesso si vedevano cadaveri afferrati dalle braccia dal monatto, e per lo stato di turpe putrefazione delle giunture perdere il braccio staccato dal corpo.
La “peste”, “il mal seme della peste”, “la pestifera contagione”, “la peste nera”, “la peste bubbonica”, “il gavacciolo pestifero”, era una malattia diffusa dalle pulci di topo, che si annidano e prosperano nella sporcizia. Le pulci, come le zanzare, pizzicano le persone per succhiarvi il sangue lasciandole contagiate, un tempo, senza la Penicillina per guarire, si soccombeva.
Un panico ed un’angoscia personali e collettive, che, come dice la storia ed il vissuto cittadino, si alleviano nella comunicazione, nella scienza, nella prudenza, nella solidarietà e nelle invocazioni di fede.
Aldo Marchesini
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Paolo Lombardo
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L’attesa è finita, riecco, i fiori sono tornati.
E’ la stagione dei “pascoli erbosi”, nulla ci può mancare.
Cambia la grande scena dell’inverno, non se ne poteva più di giornate buie, grigie e piovose. Riecco, finalmente tornano a spuntare corolle e minuscoli petali, un crescendo di gioia pura che punteggia di colore gli occhi di ciascuno, e impatta nella corteccia visiva, prima stazione del cervello che ne fa stille di energia e insieme il più importante e incredibile conforto, contentezza e gioia di vivere.
Tutti i cambiamenti della vita sono pieni d’incognite e paure inconfessate, ma i prati con i fiori, le piante intere pieni di fiori, che c’invadono sono vitalità formidabile e benvenuta. Sono loro, che riempiranno la scena in un crescendo nuovo, che spuntano puntuali dopo una stagione fredda e pregna di pensieri esausti. I fiori sono conseguenti al sole e portano insieme colori e aria profumata; certezza di luce e di sole: «niente rende più piacevole la vita quanto la certezza di una giornata di sole».
I fiori, ossia la sessualità, bella e incensurabile della natura, è un adorno buono anche per un altare. Fiori di pesco, mimose, primule, viole, forsizie, camelie, margherite, rose, e anche l’aria diventa colorata di fragranze profumate, particelle di memoria e reminiscenza, un vibrato quasi intangibile ma che come musica colma di ritmo ed armonia la nostra vita. Un fiore è anche simmetria, ordine, eleganza, un modello minuto di semplicità perfetta da guardare. Le cose semplici a volte sono invisibili, nel senso che non le notiamo, sono ovvie, eppure persino una qualsiasi attività si dice "fiorente" mutuandone l’immagine.
Nell’osservazione attenta, i prati, i davanzali, le mensole e i ripiani fioriti, cosa vi suggeriscono? Che cos’è per voi una pianta di pesco o una di ciliegio in fiore?
Lo chiedo di più a quelli che sono in difficoltà, preoccupati per l’instabilità del lavoro, angosciati per averlo perso, per lo sfratto, per la malattia, o dissimulano normalità pur essendo pesantemente aggravati dalla responsabilità di farcela. Non lasciatevi cadere le braccia, non perdetevi d’animo. Ogni prova, quale che sia, ha la durata di una “stagione”, una durata limitata. Non c’è da dubitare. Dappertutto si ostenta o si aggiunge il colore dei fiori col loro profumo, tutto spegne la tristezza dell’“inverno” riaccendendo la speranza, che dopo torni sempre la “primavera” che rischiara.
I pensieri negativi, gli affanni accumulati e persino la depressione, lasceranno il posto ad un bel respiro, completo, profondo che espanda i polmoni, l’addome e riempia le clavicole, in un totale riempimento di aria nuova e profumata. In questi giorni tutto concorre ad un supremo risveglio della natura, da ammirare e condividere, di grandi energie che si attivano dal poco, basta coglierle e riempirsene gl’occhi. Lo sguardo chino a terra si deve levare sopra i tetti, verso il cielo, sulle cose positive. Via la mestizia ed il mondo s’illumina, le cose cambiano in continuazione, soltanto non restate fermi, passivi e prostrati; il mondo è pieno di ossigeno da respirare; via i tuguri dalla mente.
Aldo Marchesini |
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Filastrocca
Le Campane da Bovolon Le campane da Bovolon, tutta notte le sonava Pane e vino le guadagna na cosseta de capon, per mandarlo a San Simon. San Simon non c’era, l’era andà alla fiera, a comprarsi na polera. Polera polerante con tre cavale bianche, bianca la sela, Battista* mortadela, bianco el selin, Batista codeghin. * Il nome di Batista, può essere sostituito con qualsiasi nome.
Orazione
Padre nostro picinin, da la vera trifaldin*. Trifaldin da batezar, tre corone sull’altar, l’erba bona drio la riva. San Giovanni la segava, roma, roma l’ha portava. Dove vai quell’innocente?! Non ho amici e ne parenti. Ma mi ghe n’ho piusè de ti. Ho il Signor per Buon Padre. La Madona per Buona Madre. I Santi per Buoni fratelli. Le Sante per Buone Sorelle. Vado alla lunga, trovo una colomba. Colomba?! che cos’hai sul becco? Ho dell’olio cresimo da cresimar un cresimo, me ne cascà una gozza in quela Pietra rossa. Pietra rossa sciocolà, tutto il mondo illuminà. Illuminà Gesù e Maria, tutti gli angeli in compagnia.
*Trifaldin (bimbo vivace) |
Filastrocca Din don dindela, si è sposà Brighela, l’ha tolto na vecieta che salta e che ropeta, in cao alle sette notte, le rane senza coste, i bissi i l’ha pelà, din don dan.
Orazione Letto, letto me ne andò, con tre angeli nel cuor, altri tri nei piedi, col me Signor in mezzo, el me dis che vaga a letto, che me riposa, che non abbia paura di nessuna cosa.
Preghiera Letto, letto me ne vado, l’anima Mia a Dio la dago. Se domani mattina non levesse, l’anima mia a Dio la desse. Letto, letto me ne andò da levar io non lo so. Vù Madona che lo savì, buona guardia me farì, se per sorte morirò, tre grazie ve domandarò: Confession, Comunion, Olio Santo. Nel nome del Padre, del figliolo, e dello Spirito Santo. Salve Regina, rosa de spine, madre di amore, doneme tante grazie che non mora pecatore. Pecatore non morirò, più le pene dell’inferno non tocarò. Anna Susanna, rispondi chi ti chiama, Maria Maddalena che porta tanta pena, tanto dolor per la passione, la morte del Nostro Signor. Cagni quei rei che i l’ha fato in pelumei, i l’ha batù, i l’ha strabatù, con tre lazze i l’ha lazià con na corona de spine i l’ha incoronà. Chi lo sa, chi la dirà, Santo Paradiso darà.
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Fonte: Flora Marchesini |
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(fonte: Il foglio di Parabiago - novembre 2005 - ed. Amm. Comunale Parabiago)

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...dai diamanti non nasce niente...

[...] nascono i fiori
giampierorita
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CARPANEA
IL MITO DELLA CITTÁ DISTRUTTA
In un tempo molto lontano, nella fecondissima valle del Tartaro,sorgeva la fiorente città di Carpanea, difesa da sette ordini di mura e da cento altissime torri.
Al Dio Appio, nume tutelare,che proteggeva la città dalle acque che la circondavano,ogni giorno venivano portati doni dal popolo e dalla bellissima figlia del Re,promessa sposa ad un sacerdote del tempio.
Giorno dopo giorno,tesori su tesori si accumulavano, fin quando il Re, geloso di tanta ricchezza, rapi la statua del Nume e dall’alto di una torre la scagliò nell’acqua.
Priva della protezione di Appio la città fu sommersa dalle acque ed in esse perirono il Re,la Principessa,i Sacerdoti ed il popolo tutto.
La Dea dell’amore, commossa dalla triste sorte della Città di Carpanea e della sua bella e sfortunata Principessa chiese aiuto al Dio del Fiume, che affidò ad alcune Ondine il potere di riportare in vita la città ,affinché la Principessa potesse coronare il suo sogno d’amore.
Esse tentarono con ogni mezzo la disperata impresa,ma invano: era ormai troppo tardi !
Stavano per ritornare ad immergersi nella corrente del fiume ,quando si accorsero che le acque lentamente si ritiravano e che dalla terra scura nasceva un tenero bianco germoglio.
Al dolce ritmo di danza,una delle Ondine rubò il colore rosa dell’aurora al sorgere del sole e colorò il cuore del piccolo germoglio,poi con il porpora caldo del tramonto gli fece intorno una rossa corona.
Era il regalo più prezioso che questa prosperosa valle potesse ricevere: una piccola pianta nata dall’amore,bella come una rosa ,buona come la generosità degli Dei,una pianta che oggi è conosciuta con il nome di ...
Radicchio Rosso di Verona
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Sustinenza di Casaleone (Verona)
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La casa nei noni (nonni).
In un animoso cinguettio d'estate,
dal sentiero piuttosto che da la stradela(1)
si arriva sul selese(2), proscenio per ogni saluto e degno tappeto anche per il prodigo, ma breve ritorno di quelli che si ostentano nel loro vestito nuovo ignorandone la stoffa e lì la loro rivelata nudità.
Sul selese si cammina con riguardo, pochi passi,
ma un viatico solenne per l' entrata nella tradizione.
Qui un fuori assolato, dentro, ombra e frescore profumato.
Dal chiaro allo scuro un istante di cecità,
poi la rivisitazione si rischiara.
Di fronte, il chiarino rosso riappare,
si rischiara anche la conchiglia che lo tiene;
votivo, perenne e rassicurante come la sua Madonna
e come la casa insieme.
Se ti avvicini più sotto, sarai deviato
dal profumo che impregna il sottoscala più a destra,
...odore di vino, umido, melenso, ...Clinto(3)?!
Poi giri gli sguardi, pensieri, mezzi pensieri e silenzi, in pausa come chi si bea tacendo tra tante presenze.
In corte vola bassa la rondine, scivola in stalla e
s'incunea sotto la trave, in quel nido che pur essendo vulnerabile a qualsiasi tiro è lì monumento inviolato e ininterrotto, patrimonio vivente di generazioni di rondini e di sentimenti di tolleranza.
Odore di fieno, ...panna di latte e umori di stalla.
Tutto è in uso, consumato e vissuto, riposto e non dimenticato.
Aldo Marchesini – 1983
Note: Fino all’età di 12-anni, passavo le vacanze nella casa dei nonni, la mia accademia, dove ho preso la mia anima contadina, la consapevolezza delle mie radici, il senso monogamico della famiglia e la storia del villaggio, da preservare e accrescere. (1) nella forma dialettale mancano le doppie: stradella, (2) aia, (3) mosto di vino con l’uva fragola.
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Lat. Nord 45° 24,94' - Long. Est 9° 4,2185'
Per abbellire l’aiuola del monumento di Madre Teresa ,nel Quartiere Tr4 di Trezzano sul Naviglio (MI), sono state allineate alla sua base una corolla di piantine fiorite, ma un residente ha disposto anche un altro decoro, apparentemente invisibile, piccoli pezzi di terra del mondo, raccolti in viaggio. Un’aiuola che si arricchirà, anche nel tempo, di continue altre “manciate di mondo”. Una mescolanza di frammenti, di proprie radici lontane, di un paese raggiunto, di un paese lasciato: tutto da ritrovare qui, custodito da un volto e da un insieme contemplativi del cuore del mondo.

Ad oggi qui sono presenti:

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VICINI VICINI.
Meglio un vicino di casa disponibile che un buon amico lontano.
Nella quotidianità e nel solco delle abitudini, ci ritroviamo di nuovo a sera, chiusi in casa con la nostra fiacca. Le pressioni e la stanchezza del lavoro, sempre più esigente e competitivo, la famiglia che richiede l’ultima energia rimasta ed insieme la necessità irrinunciabile di riprender fiato nel poco tempo rimasto, ci negano sempre più spesso la possibilità di frequentare gente, ambiti e occasioni fuori casa e quindi allargare le vedute e gli scambi personali.
La mancanza del socializzare e della condivisione col vicinato e poi col “cortile allargato” del nostro paese, ci portano a rinsecchire la comprensione, la tolleranza e la convivialità. Anziché “infiorare” di rapporti stimati e cordiali lo spazio più prossimo a noi, quello che ci è più caro: intorno a casa nostra, lo andiamo ad inaridire e deprimere con la nostra assenza e l’abbandono.
Un’alienazione niente affatto sana, lo sappiamo, è per questo che non dobbiamo cedere a lasciarci andare, a orbitare distanti e distaccati in un disinteresse che non darà certo buoni frutti. Chi si estranea, guarda solo a quello che ci maldispone e cerca solo le giustificazioni per inasprire le diffidenze.
Per fortuna, questa forma epidemica, non tocca tutti gli individui. Non riguarda quelli che a fronte di tanta demoralizzazione non rinunciano a costruire ambiti e occasioni per aprirci agli altri; in primis verso il vicinato ed il nostro paese.
Il vicinato è una fonte di aiuto, armonia, solidarietà e comprensione.
Aldo Marchesini
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La civiltà della polenta inizia nel ‘700.
Un estate è passata e arriva l’autunno. Quando le belle giornate sono così belle che ovunque s’indugia a guardare le cose vive che cambiano: le foglie, i campi, le risaie quasi mature ed il granoturco; tanto granoturco.
Una presenza semplice che avvolgente il paesaggio.
In un dettaglio di questo grande quadro, il mattino luminoso, satura i colori e li rischiara. Asciuga i lunghi stocchi del mais, li fa crepitare, fino a sbrecciare i grandi cartocci lasciandone intravedere l’arancione delle pannocchie, promessa di un raccolto che tra qualche giorno, ammonticchiato sulle aie a seccare definitivamente, offrirà la sua consolazione ed il suo compenso al coltivatore e nell’aria il suo buon odore per tutti.
Effetto di una causa, iniziata con del letame ben decomposto sparso l’inverno passato, prima della semina primaverile.

E’ proprio seguendo i campi, il lavoro contadino che vi conduco in un gioco “causa-effetto” per rieducarci all’apprezzamento di quanto ci circonda con la sua semplice presenza.
Scelta la semenza, in base alle destinazioni d’uso (es. zootecnico -macinata a foraggio, per cavarne olio, farina, ec.), eccoci pronti al via, s’incide la terra con dei i solchi profondi e distanziati. Una volta i semi non si seminavano singolarmente, ma a gruppetti da 2-3 semi, distanti 25 cm l’uno dall’altro. Di questi 2-3 semi, quando i germogli sono grandi abbastanza da essere presi con le mani, si strapperanno quelli più patiti del terzetto lasciandone solo uno, quello più in salute: il vincitore di una prima selezione.
La lotta della sopravivenza non riguarda solo il genere umano, ma tutte le forme di vita. Questa semenza forte e già vincente appena germogliata dovrà superare una continua aggressione da parte di predatori e parassiti.
Dall’alto, gli uccelli, dal basso, vermi e larve di ferretti e piralidi, dai fianchi le muffe, i funghi, il carbone del mais (un fungo spugnoso), la ruggine (vescicole ovali). Loro, piccoli semi di nessun conto, disposti per terra in frammisti al letame, scelti e piantati per assecondare il più possibile la natura che li avrebbe vivificati, crescono.
Dopo 50-80 giorni secondo la specie arriva la mietitura. La raccolta delle pannocchie avviene a 6 settimane dopo la comparsa delle “barbe”, da metà settembre. Durante la messe, nessun contadino indugia a raccogliere le eventuali pannocchie perdute sul campo perché non sono considerate perse, ma un piccolo lascito di riconoscenza a Dio, alla natura, alla spigolatura di chi ne ha bisogno.
Il granoturco, va detto subito non è grano-turco, nel senso di Turchia, ma grano turkey dalla voce inglese destinato ai tacchini), Originario del centro America, questo cereale è il contributo più importante che il Nuovo Mondo abbia dato all’alimentazione dell’uomo. Era già coltivato 3.500 anni fa nell’altipiano messicano. I maya, gli Aztechi del Messico, i popoli amerindiani del Nevada e del New Messico degli Stati Uniti, gli Incas del Perù, ricorrevano al mais come alimento base. Nel 1000 a.C., lo usavano già per ricavarne la loro bevanda alcolica, una specie di birra.
Cristoforo Colombo portò il mais in Europa e nel giro di una sola generazione, la sua coltivazione si diffuse. Scriveva da Cuba, 6 novembre 1492, sul "
Giornale di bordo"."L'isola è molto verdeggiante, piana e fertilissima, e non ho dubbio che tutto l'anno gli abitanti seminino il panìco (panizo) e lo raccolgano, così per tutti gli altri prodotti"."La terra vi è fertilissima e ben coltivata a ignami (“
alberi del pane” tipo patate), fagioli, fave differentissime dalle nostre e il solito panìco...""Fecero quindi portare pane, frutta svariata, vino rosso e bianco, ma non fatti d'uva, bensì dovevano essere di frutta, il rosso di una sorta ed il bianco di un altro e similmente qualche altro vino fatto di maiz che è una semente contenuta in una spiga come una pannocchia che io portai in Castiglia dove già ve n'è molto; e sembra che il migliore venga considerato di grande eccellenza ed abbia grande valore".
Nel ‘700, periodo di grandi carestie alimentari e grande miseria, si può dire che i nostri trisnonni furono sfamati dai contadini/campesinos sudamericani. Una qualità di mais era detta il “Sancarlone”. L’appellativo derivava dal grande contributo che San Carlo, diede per incrementarne la coltivazione. In tutta la pianura padana, ricca d’acqua, il granoturco finì per essere talvolta il solo sostentamento per la popolazione, al punto che per monofagismo (mangiavano solo quello) oltre che la comparsa della malattia della pellagra (scompenso alimentare dovuto alla mancanza di vitamine) in senso scherzoso e spregiativo venne fuori l’epiteto di : “Polentoni”.
Aldo Marchesini
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LA GRANDE DOMANDA
Se eri un bambino negli anni 50, 60 e 70
Come hai fatto a sopravvivere ?
1.- Da bambini andavamo in auto che non avevano cinture di sicurezza né airbag...
2.- Viaggiare nella parte posteriore di un furgone aperto era una passeggiata speciale e ancora ne serbiamo il ricordo.
3.- Le nostre culle erano dipinte con colori vivacissimi, con vernici a base di piombo.
4.- Non avevamo chiusure di sicurezza per i bambini nelle confezioni dei medicinali, nei bagni, alle porte.![]()
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5.- Quando andavamo in bicicletta non portavamo il casco.
6.- Bevevamo l'acqua dal tubo del giardino, invece che dalla bottiglia dell'acqua minerale...
7.- Trascorrevamo ore ed ore costruendoci carretti a rotelle ed i fortunati che avevano strade in discesa si lanciavano e, a metà corsa, ricordavano di non avere freni.Dopo vari scontri contro i cespugli, imparammo a risolvere il problema. Si, noi ci scontravamo con cespugli, non con auto!
8.- Uscivamo a giocarecon l'unico obbligo di rientrare prima del tramonto.
Non avevamo cellulari...
cosicché nessuno poteva rintracciarci. Impensabile
.
9.- La scuola durava fino alla mezza, poi andavamo a casa per il pranzo
con tutta la famiglia
(si, anche con il papà
).
10.- Ci tagliavamo
, ci rompevamo un osso
, perdevamo un dente
, e nessuno faceva una denuncia per questi incidenti. La colpa non era di nessuno, se non di noi stessi.
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11.- Mangiavamo biscotti, pane olio e sale
, pane e burro
, bevevamo bibite zuccherate
e non avevamo mai problemi di soprappeso, perché stavamo sempre in giro a giocare...
12.- Condividevamo una bibita in quattro... bevendo dalla stessa bottigliae nessuno moriva per questo.
13.- Non avevamo Playstation, Nintendo 64, X box, Videogiochi, televisione via cavo con 99 canali
, videoregistratori
, dolby surround
, cellulari personali
, computer
, chatroom su Internet
... Avevamo invece tanti AMICI.
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14.- Uscivamo, montavamo in bicicletta
o camminavamo
fino a casa dell'amico
, suonavamo il campanello o semplicemente entravamo senza bussare e lui era lì e uscivamo a giocare.
15.- Si! Lì fuori! Nel mondo crudele! Senza un guardiano! Come abbiamo fatto? Facevamo giochi con bastoni e palline da tennis, si formavano delle squadre per giocare una partita;
non tutti venivano scelti per giocare e gli scartati dopo non andavano dallo psicologo per il trauma
.
16.- Alcuni studenti non erano brillanti come altri e quando perdevano un anno lo ripetevano. Nessuno andava dallo psicologo, dallo psicopedagogo, nessuno soffriva di dislessia né di problemi di attenzione né di iperattività; semplicemente prendeva qualche scapaccione e ripeteva l’anno.
17.- Avevamo libertà, fallimenti
, successi
, responsabilità
... e imparavamo a gestirli.
La grande domanda allora è questa:
Come abbiamo fatto a sopravvivere ? ed a crescere e diventare grandi ?
.
Se appartieni a questa generazione, invia questo messaggio
ai tuoi conoscenti della tua stessa generazione …. ed anche a gente più giovane
perché sappiano come eravamo prima.....
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